XIV° Congresso di Radicali Italiani: la mia relazione

XIV° Congresso di Radicali Italiani: la mia relazione 2 novembre 2015

da Radicali Italiani – Care compagne e cari compagni, da segretaria di Radicali Italiani, mi sono assunta la responsabilità di convocare questo congresso, il XIV del nostro movimento, all’insegna di due proposte-obiettivo, che possono dare i frutti sperati solo se convivono e si integrano l’una all’altra.
La principale è la battaglia del Partito Radicale all’ONU, quella racchiusa nel titolo del nostro congresso: “Per lo Stato di diritto  * democratico federalista laico * contro le ragion di stato * anche per il diritto umano alla Conoscenza”; l’altra, che sostanzia la prima, è quella di presentare in tutte le sedi nazionali e sovranazionali la requisitoria severa e circostanziata contro lo Stato Italiano che sistematicamente, da oltre trent’anni, continua a violare i diritti umani nei settori vitali della giustizia – con la sua ignobile appendice carceraria – dell’economia, dell’ambiente, delle libertà civili e politiche, dell’iniziativa popolare.
E’ una provocazione, la mia? Ma come: mentre l’Italia continua ad essere condannata in ogni sede giurisdizionale nazionale e sovranazionale – grazie anche a noi, alla nostra testardaggine e tenuta – si vuole, voi volete addirittura sostenere la sua candidatura al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e proprio sulla base dell’obiettivo della transizione verso lo Stato di Diritto attraverso l’affermazione del diritto umano alla conoscenza, contro le Ragion di Stato?
Noi, come radicali, non siamo mai stati  – lo diceva Marco Pannella nella conversazione di domenica scorsa a Radio Radicale – “opposizione” ma “proposizione”. Il nostro obiettivo è convincere il Governo italiano a fare da subito tutto il necessario per far rientrare formalmente l’Italia dalle illegalità che le sono formalmente imputate dalle giurisdizioni internazionali e nazionali. Occorre dismettere le condizioni per le quali continuiamo o continueremmo ad essere costantemente indagati e condannati. Ma su questo tornerò.
Veniamo alla candidatura dell’Italia al Consiglio di Sicurezza, l’organo che indirizza l’Onu nelle sue attività, stabilendo priorità, proponendo risoluzioni a crisi, e che ha come missione “il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”.
I paesi membri a rotazione sono attualmente Angola, Malesia, Nuova Zelanda, Spagna, Venezuela. Durano in carica due anni, contribuiscono alla determinazione della politica complessiva dell’ONU. L’Italia, dal 1946, ha già ricoperto questo incarico per sei volte; l’attuale governo dunque si sta muovendo per ridare al paese un posto di responsabilità nell’arena mondiale, in qualche modo in parallelo, ma anche per equilibrare gli sforzi – finora non molto fortunati, credo si possa dire – per contare di più sul palcoscenico europeo.
La nomina avverrà in Assemblea Generale tramite voto degli Stati membri nell’ottobre del 2016. Possiamo immaginare che il governo, il ministro degli esteri e gli ambasciatori e funzionari coinvolti avranno un lungo periodo di intenso lavoro.
Io non so – ma forse la cosa è ancora nebulosa – quali saranno le motivazioni che governo, ministro, ecc., addurranno per sostenere la richiesta.  Ma è sicuro che la corsa vedrà altri concorrenti, ugualmente mobilitati per far vincere le loro ragioni. Non vi è così alcun dubbio che la partita sia grossa e difficile, e sembra ovvio pensare che debba riguardare tutte le forze politiche italiane, per ragioni non necessariamente nazionalistiche. Purtroppo, invece, temo che la maggior parte dei soggetti politici oggi presenti in Italia non siano interessati alla vicenda. La maggior parte di loro sono chiusi in un provincialismo ottuso, di stampo populista e ostile all’orizzonte europeo, portati piuttosto a scaricare sulle Nazioni Unite responsabilità e colpe anche superiori a quelle che si possono accollare a quella Organizzazione.
Io penso che la questione dell’ingresso dell’Italia tra i membri del Consiglio di Sicurezza sia invece di essenziale interesse per Radicali Italiani. Come ho detto, noi, e non da oggi, denunciamo le violazioni che pongono il nostro paese nell’anticamera dell’Inferno delle Democrazie reali: ma dobbiamo – come metodo – praticare le nostre lotte anche italiane con una visione transnazionale. Non è per caso che siamo soggetto costituente del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito.
“I am sorry”. Dopo 12 anni, in questi giorni, Tony Blair chiede scusa ammettendo di avere commesso errori nello scatenare, complice di Bush, la guerra in Iraq. E’  forse il caso di ricordare che da quegli eventi  trae origine la campagna radicale “per il diritto alla conoscenza” di cui oggi stiamo parlando. Era il 19 gennaio 2003 quando il Partito Radicale lanciava la campagna “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Mi spiace davvero per il mio amico Adriano Sofri, che dissente da questa ricostruzione, ma con la proposta dell’esilio di Saddam siamo stati ad un soffio – sì, proprio noi radicali, con Marco Pannella – dal riuscire ad evitare che con la menzogna si scatenasse un conflitto le cui conseguenze – è lo stesso Blair ad ammetterlo – arrivano fino ai nostri giorni con il diffondersi dell’estremismo islamico anti-occidentale e in particolare con l’ascesa dell’Isis. E poi, a guerra in corso, ricordo il drammatico sciopero della sete di Marco Pannella nel dicembre 2006. “Nessuno Tocchi Saddam” fu una grande mobilitazione nonviolenta internazionale, un grande Satyagraha organizzato dal Partito Radicale e da Nessuno Tocchi Caino. La Ragion di Stato, lo sappiamo, ebbe bisogno del cadavere del dittatore iracheno – testimone troppo scomodo della menzogna costruita a tavolino per dare ossigeno al complesso militare industriale che prospera, nonostante gli ammonimenti di Eisenhower, proprio sulle guerre e sullo sterminio di popoli.
Pannella così motivò quel suo sciopero della sete: “Occorre evitare che tutto precipiti – in Iraq e non solo – in altro sangue, in ulteriore morte e pene di morte, in una spirale di violenza e di guerra che può trasformarsi in un conflitto generalizzato dalle conseguenze incalcolabili”. Oggi è Papa Francesco a constatare – contro chi non vuole vedere – che è in corso la terza guerra mondiale, “un conflitto globale a pezzetti”.
Quella mobilitazione nonviolenta diede un tale prestigio al Partito, a Nessuno Tocchi Caino e a tutta l’area radicale, che fu possibile cogliere all’Onu lo straordinario e storico successo dell’approvazione della moratoria delle esecuzioni capitali.
Analogie con l’oggi che stiamo vivendo? Vediamo.

Il 2 gennaio 2007, in risposta all’iniziativa di sciopero della fame e della sete di Pannella e in attuazione del mandato unanime ricevuto dal Parlamento italiano, la Presidenza del Consiglio (Governo Prodi) dichiara ufficialmente e pubblicamente che “Il Presidente del Consiglio e il Governo si impegnano ad avviare le procedure formali – coinvolgendo in primis i paesi già sottoscrittori della Dichiarazione di dicembre – perché questa Assemblea Generale delle Nazioni Unite metta all’ordine del giorno la questione della moratoria universale sulla pena di morte”.
Il 3 gennaio, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commenta la decisione del Governo con le seguenti parole: “E’ un bel biglietto da visita per l’Italia nel Consiglio di Sicurezza”.
Sempre il 3 gennaio, all’ottavo giorno di sciopero della sete, Pannella lo interrompe e continua con quello della fame che porta avanti fino al 15 gennaio. La lotta nonviolenta sarà più volte ripresa nel corso del 2007 a sostegno del voto da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU per la moratoria universale delle esecuzioni, approvata il 18 dicembre 2007.
L’Italia, ricordiamolo, fu membro semi-permanente nel consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2007 e nel 2008. Chiediamo che torni ad esserlo oggi, facendo sua l’ambiziosa proposta che il Partito Radicale – e spero noi tutti – stiamo offrendo allo Stato e alle sue istituzioni.
L’aver “tenuto” in questi anni – grazie soprattutto al lavoro di Matteo Angioli che si è “intignato” cercando di coinvolgerci e di coinvolgere altri con le iniziative da lui proposte e realizzate – dà a noi tutti una prospettiva che oggi possiamo – e secondo me dobbiamo – portare avanti anche come Radicali Italiani, in quanto soggetto costituente che si pone anche il problema – nella stretta di regime che rischia di spazzarlo via – di salvare le ragioni, le intuizioni, gli obiettivi, le speranze del Partito Radicale.
C’è chi invece è convinto che questa battaglia debba essere lasciata al Partito Radicale (relegandola in uno fra tanti punti della mozione generale) e che Radicali Italiani debba invece stare dietro all’attualità e all’agenda politica, quella dettata dal regime (come oggi si è venuto configurando). Insomma, di idee “per il movimento Radicali Italiani”, ce ne sono tantissime, figuriamoci. Come potrebbe essere altrimenti? La storia radicale fornisce un elenco sterminato di idee, ma anche il fulcro di un’idea forza, il perno su cui farle camminare per realizzarle.
Il “c’è tanta fame qui in Italia” era all’ordine del giorno dentro il Partito Radicale all’inizio degli anni ’80 quando si decise di intraprendere la lotta contro lo sterminio per fame nel mondo.
In cosa questa impostazione delle “idee radicali” distinguerebbe Radicali Italiani dalle altre forze politico/partitiche/movimentiste del panorama italiano a me non è chiaro. Temo che in molti, fra sé e sé, rispondano a questa domanda in modo semplicistico: “ma noi queste battaglie le portiamo avanti in modo radicale, forti del bagaglio della storia radicale e dell’alterità radicale”. Ecco, appunto. Occorrerebbe conoscerla, vivendola e ricercandola, la storia radicale.
Non dimentichiamo mai – ma credo che nessuno lo dimentichi – che se oggi il radicale XY si muove sotto casa sua, nella più sperduta regione italiana, viene ascoltato e forse anche con rispetto perché su di lui irradia la sua luce la lunga, costante, mirata iniziativa nonviolenta, globale, di Marco Pannella, le sue intuizioni, le sue stranezze,  il suo scompaginare ciò che rischia, nell’ordinarietà del “ragionevole”, di andare in putrefazione.
Lo aveva compreso bene Pier Paolo Pasolini, di cui proprio in queste ore ricorrono i 40 anni dalla morte. Eravamo a Firenze, al Congresso del Partito Radicale del 1975, e Pasolini non poté pronunciare l’intervento che aveva scritto per la nostra assemblea: era stato assassinato due giorni prima. Di quella sorta di “testamento politico” – letto  davanti ad una platea “sconvolta e muta” – non solo nei loro congressi i radicali si ricordano le parole conclusive. Più che mai dobbiamo farlo oggi: “voi non dovete fare altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare”
All’indomani del grande successo sul divorzio. Pasolini ammoniva i radicali di fare attenzione agli intellettuali di sinistra, a come si apprestassero, con un nuovo – ma eterno –  conformismo ad appropriarsi della battaglia per i diritti civili “creando un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo” in cui annegare e svuotare le conquiste appena fatte. Il potere – secondo Pasolini – si accingeva ad “assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici”. La previsione di Pasolini si è avverata – scrive Angiolo Bandinelli recensendo quel testo – non solo in Italia, ma in tanta parte della società occidentale dove, in nome del progressismo e del modernismo, si è affermata una nuova classe di potere totalizzante e trasformista, più pericolosa – perché insidiosa –  delle tradizionali classi conservatrici.
E sulla cultura – sempre in quel discorso – Pasolini diceva a noi (e a chi poteva dirlo allora? A chi altri potrebbe dirlo oggi?) che “bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E’ ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche – ed è tutto dire – di fascisti.” Posso qui, per inciso e io stessa meravigliata per la coincidenza, avvertire che queste parole si attagliano molto bene ad una figura del nostro tempo, attuale, che sta anche lui lottando per salvare forme “subalterne di cultura”, cercando di non avere “rispetti umani” o “false dignità” per fare piuttosto emergere e dare dignità alla nuova, straordinaria antropologia dell’umanità del secolo “2.0”: l’umanità dei migranti, dei poveri, del “diverso”, dei carcerati che affollano luoghi che dovrebbero essere di redenzione e sono invece luoghi di tortura psicologica e corporale – per i quali egli ha anche chiesto (come noi) alle nostre istituzioni un atto di clemenza, una amnistia capace di liberare energie da dedicare alla riforma della giustizia; parlo sempre dell’umanità di quelli che sono tenuti ai margini sociali dal “rispetto borghese, populista o anche ecclesiastico”: e naturalmente parlo di papa Francesco, come avrete capito.
Alcuni compagni mi hanno chiesto di trovare il modo di celebrare qui in questo congresso – con una proiezione o/e con un dibattito appositamente dedicato – il quarantennale della morte di Pasolini. Io credo che il modo migliore per farlo sia quello di far vivere il nostro congresso con un dibattito che nei modi, nelle forme, nei contenuti, nei dialoghi, negli scontri – se ci saranno – e anche, sperabilmente, in un RIVOLUZIONANTE risultato finale, sia all’altezza di quel testamento politico.
Solo se il nostro paese riuscirà a trarsi fuori dalle secche del suo provincialismo, della sua chiusura, potrà anche (ri)conquistare gli emergenti, nuovi diritti civili e politici – per i suoi cittadini, per noi tutti.
So che molti si interrogano su quale sia la funzione di Radicali Italiani. Io credo che sia compito e funzione italiana, di Radicali Italiani, quella di muovere, convincere gli altri da noi ad assumere una responsabilità così alta – così rivoluzionaria, così pasoliniana –  a livello internazionale. Sarebbe molto grave e pericoloso se proprio noi, Radicali Italiani, ci chiudessimo nell’orticello di casa. Non c’è grande problema del nostro tempo – diciamo anche noi con Spinelli – che possa essere ancora affrontato seriamente con criteri e con strumenti nazionali.
Basterebbe poco, per dare corpo a questa prospettiva così unitaria, così essenziale. Basterebbe fare, ciascuno dal suo posto, dalla sua città, dalla sua attività, quel che hanno fatto in questi giorni Maurizio Bolognetti, Deborah Cianfanelli, Domenico Letizia, Giuseppe Candido o Marco Cappato, altri che mi è impossibile qui ricordare. Certo, i risultati da loro raggiunti non fanno massa critica, ma forse avremmo potuto arrivare a questo congresso con un prodotto più incoraggiante, per dare più forza al dialogo di Pannella con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che hanno fatto sentire la loro voce alla conferenza del 27 luglio al Senato organizzata da Matteo Angioli sull’”Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del Diritto alla Conoscenza”.
Utopie? Prospettive impossibili? Dovrà essere solo formale, il richiamo a Pasolini? Non lo so. Ma intanto non vedo progetti alternativi di almeno pari valore. Certo, c’è la prospettiva elettorale amministrativa. Ma io mi chiedo a quale livello potremmo sollevarla, OGGI, questa prospettiva. Non abbiamo avuto la Emma Bonino, purtroppo, candidata alla Presidenza della Regione Lazio, la Emma boicottata – come dimenticarlo? – da Berlusconi o da un PD che sotterraneamente facevano il tifo e appoggiavano, insieme, l’altra candidata, che sappiamo tutti che fine ha fatto? Abbiamo avuto due consiglieri regionali che hanno – loro, sì – portato il terremoto nel corrotto sistema delle amministrazioni regionali, ma proprio per questo sono stati ostracizzati, eliminati, fatti sparire.
Noi, radicali, abbiamo sempre avuto attenzione ad avere interlocutori ai massimi livelli. Interlocutori o avversari. E siamo stati anche battuti, ma in scontri di altissima portata, che ci hanno visto non si rado vincitori, come con i referendum sul finanziamento pubblico o con la legge 40, finita nella spazzatura grazie al ricorso alle giurisdizioni dell’Associazione Luca Coscioni e di Filomena Gallo. Noi non possiamo oggi accontentarci di piccole scaramucce di retroguardia. Noi dobbiamo puntare – se vogliamo risalire la china e tornare ad essere protagonisti della vita civile e politica del paese – molto in alto. Siamo sempre stati molto bravi nei grandi scontri, non dobbiamo avvilirci in battaglie di retroguardia. Noi abbiamo avuto, come galassia, interlocutori al massimo livello globale. Emma Bonino è una personalità internazionale conquistata sul campo per le sue indiscutibili capacità, ma anche per aver scelto, con il Partito con i soggetti costituenti e con Marco Pannella, obiettivi da molti (anche fra i radicali) giudicati impossibili se paragonati alle nostre forze dei diversi momenti storici: sterminio per fame e per guerra, pena di morte, corte penale internazionale, mutilazioni genitali femminili, la cui messa al bando ha trovato proprio in Emma Bonino la più tenace sostenitrice. Pannella ha una interlocuzione costante con il Dalai Lama; i radicali hanno portato all’ONU i montagnard e gli uiguri; all’ONU  abbiamo avuto scontri con la Russia e la Cina che volevano espellerci, e li abbiamo vinti. Nessuno Tocchi Caino, Non c’è Pace Senza Giustizia hanno fatto nascere il tribunale Internazionale e hanno ottenuto, all’ONU, la moratoria contro la pena di morte… L’Associazione Coscioni lavora tenacemente sul progetto della campagna MONDIALE per la libertà della scienza.  Radicali italiani non è, non può e non deve essere un soggetto chiuso nei confini delle Alpi. Radicali Italiani è soggetto costitutivo del Partito Radicale non per una banale nota statutaria, ma per una interazione costante e comune, finalizzata alle grandi comuni battaglie della galassia nel suo complesso. Sulla quale si potrà, nelle sedi opportune, discutere, ma che noi dobbiamo qui prendere come punto di riferimento nei suoi essenziali valori politici.
Questi obiettivi, questi progetti e programmi sono sicuramente difficilissimi da seguire e perseguire. Di per sé alti e complessi, devono per giunta superare anche lo scoglio di una informazione che è, nei nostri riguardi, più spietata di una censura fascista o sovietica. E’ una censura totalitaria. Per comprendere il contesto in cui è costretta a svolgersi l’attività politica radicale, e quindi per comprendere anche lo stato di salute del regime di non democrazia italiana e le possibilità concrete di intraprendere iniziative politiche popolari, indispensabile è infatti consultare i dati che il Centro Di Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva ha ricominciato a fornire, grazie ad un generoso contributo di 100.000 euro di Silvio Scaglia, un imprenditore come pochi in questo nostro Paese, non solo per capacità professionalità, intelligenza, dedizione ma anche perché dotato di una sensibilità che lo ha portato a riconoscersi in noi quando lo sono andata a trovare in carcere, lui innocente come Mario Rossetti (anche lui nostro iscritto), costretto a subire un’arbitraria e ignobile custodia cautelare.
Sono dati inediti perché solo il Centro di Ascolto combina il “minutaggio” (cioè il calcolo, in minuti, dei tempi di parola)  con gli ascolti, in modo da ricavare il dato degli “ascolti consentiti”, l’unico che permetta sinteticamente di descrivere e definire dettagliatamente il pubblico potenziale effettivamente raggiunto sia dai messaggi “inviati” delle stesse forze politiche sia anche dai servizi giornalistici che su di esse vengono forniti.
Gianni Betto, con il Centro Di Ascolto dell’Informazione Radiotelevisiva,  ha fatto un confronto di sei mesi di presenza – nelle edizioni principali dei telegiornali Rai – degli  esponenti del Governo Renzi rispetto agli ascolti consentiti agli esponenti del Governi precedenti. Così è stato possibile denunciare – con precisi dati e tabelle inoppugnabili –  quello che già si comprendeva anche senza monitoraggio, e cioè il fatto di una presenza  quantitativamente straordinaria ed inedita – sulle reti RAI – del Governo Renzi e delle notizie giornalistiche fornite su di esso. Il dato è questo: Governo Monti, 4,9 per cento degli ascolti consentiti; Governo Letta 7,3 per cento; Governo Renzi 13,9 per cento. E a questi dati già così eloquenti vanno aggiunti gli ascolti consentiti ai partiti della maggioranza di Renzi (soprattutto il PD). Infine, se si potesse aggiungere al dato statistico anche una valutazione di tipo qualitativo si scoprirebbe che le notizie sul Governo sono tutte in positivo, con solo un minimo spazio riservato alle deboli critiche avanzate dalla minoranza PD.
Il tutto mentre prosegue la politica governativa di arbitraria selezione delle opposizioni, diciamo così, “ufficiali”, e quindi anch’esse favorite nell’informazione pubblica: così il battage continuo sul Movimento Cinque Stelle, per il quale la Rai confeziona da anni servizi lavorati con le espressioni più efficaci, o anche su un Salvini perennemente inserito nei talk show, con funzione evidente di spauracchio per i moderati che fossero refrattari al messaggio di Renzi.
Tutto questo è formalmente e sostanzialmente fuorilegge. Con questa politica dell’informazione (che fa rimpiangere le malfamate “veline” di Mussolini alla stampa) non c’è più libertà nelle scelte – anche elettorali – degli italiani, e viene negata ogni possibilità di condurre campagne politiche “popolari” o non… Per capire l’oscenità del clima in cui tutto questo avviene, va ricordato che la cosiddetta Commissione di Vigilanza Rai esprime addirittura una “preoccupazione” per la scarsa presenza del Governo nell’informazione: sono cose concepibili solo in un regime di non democrazia.
Come si può reagire a questa situazione?  Da un lato rivolgendosi alle Istituzioni (Commissione di Vigilanza Rai – fra pochi giorni – e AGCOM, anche con formali denunce, come abbiamo ripreso a fare), dall’altro rivolgendosi ai vertici nuovi dell’Azienda concessionaria unica del servizio radiotelevisivo. Ma è ormai assolutamente certo che occorrerà fare il massimo ricorso alle giurisdizioni internazionali. E qui ricordo il ricorso del Professor Saccucci alla Corte dei Diritti dell’ Uomo di Strasburgo, che è stato giudicato ammissibile e ha superato quel “filtro dell’ammissibilità” su cui si arena la più parte dei ricorsi.  Altri nostri ricorsi sono in preparazione a breve, grazie soprattutto all’impegno quotidiano di Marco Beltrandi..
Tutta questa problematica rientra perfettamente nella campagna per il riconoscimento all’Onu del Diritto Umano alla Conoscenza e per la transizione allo Stato di Diritto. Come sembra aver compreso il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, questa è la risposta concreta, possibile, ragionevole, e quindi obbligatoria alla crisi politica e culturale delle cosiddette democrazie consolidate.
Il nostro obiettivo – come dicevo prima – è quello di convincere/chiedere al Governo italiano, a Renzi (proprio a lui) di preannunciare da subito l’impegno a far rientrare formalmente l’Italia dalle illegalità che da oltre trent’anni le sono formalmente imputate dalle giurisdizioni internazionali e nazionali. Occorre risalire le classifiche che ci vedono indossare la maglia nera per le mancate attuazioni delle sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo (come hanno scritto Maurizio Turco e Marco Pannella a Mattarella) e per le violazioni del Diritto dell’Unione Europea (come ha puntualmente documentato in un recente rapporto Massimiliano Iervolino)
Nel suo messaggio alle Camere, il Presidente Napolitano ha fatto affermazioni che sono strettamente collegate alla richiesta che rivolgiamo al Governo e, direi alle massime magistrature del nostro Stato:
“L’art. 46 della Convenzione europea stabilisce, (…) che gli Stati aderenti “si impegnano a conformarsi alle sentenze definitive della Corte sulle controversie nelle quali sono parti”. Tale impegno, secondo l’interpretazione costante della Corte costituzionale (a partire dalle sentenze n. 348 e 349 del 2007), rientra nell’ambito dell’art. 117 della Costituzione, secondo cui la potestà legislativa è esercitata dallo Stato “nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. In particolare, la Corte costituzionale ha, recentemente, stabilito che, in caso di pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo che accertano la violazione da parte di uno Stato delle norme della Convenzione, “è fatto obbligo per i poteri dello Stato, ciascuno nel rigoroso rispetto delle proprie attribuzioni, di adoperarsi affinché gli effetti normativi lesivi della Convenzione cessino”.

La cessazione degli effetti lesivi si ha, innanzitutto, con il porre termine alla lesione del diritto e, soltanto in via sussidiaria, con la riparazione delle conseguenze della violazione già verificatasi.
Non solo lo stato ignobile delle carceri per il quale Napolitano prefigurava un immediato provvedimento abbinato di amnistia e di indulto, ma anche l’irragionevole durata dei processi sanzionata sistematicamente in sede europea da 35 anni senza che vi sia stato posto rimedio, “costituiscono – per il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa – un pericolo grave per il rispetto dello Stato di diritto, portando ad una negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione”.
Non posso ora fare il punto sulla situazione carceraria che continua ad essere illegale nonostante la lodevole iniziativa del Ministro Andrea Orlando degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale: mi auguro che il mio sciopero della fame che ho iniziato sei giorni fa parli, trasmetta, induca il Governo ad intervenire sulla necessità di far funzionare secondo legge la magistratura di sorveglianza e gli Uffici dell’esecuzione penale esterna, altrimenti anche le nuove auspicabili norme riformatrici saranno scritte sulla sabbia, e inciamperanno rovinosamente su infrastrutture del tutto inadeguate a recepirle.
E’ fatto obbligo ai poteri dello Stato… dicevo prima ricordando il messaggio di Napolitano. Stiamo attenti. Lo dico a Renzi, lo dico a Orlando. Se gli interventi che si fanno sono del tenore di quelli contenuti nella legge di stabilità sulla Legge Pinto – ce lo segnala con puntualità e scandalo Deborah Cianfanelli – è l’inganno, il gioco dei treccartari che si afferma.
Non solo non si sono fatte le riforme strutturali per le violazioni che da 35 anni il nostro Stato commette in tema di irragionevole durata dei procedimenti giudiziari (è d’obbligo la cessazione degli effetti lesivi, ricordava Napolitano), ma ora si spazza via rendendolo impraticabile persino quell’insufficiente rimedio risarcitorio previsto dalla Legge Pinto per chi abbia subito un procedimento dalla durata irrazionale in violazione dell’art. 6 della Convenzione!
Requisitoria: è lo strumento, il mezzo attraverso il quale riconquistare Stato di diritto, diritti umani, democrazia.
Se ho fatto bene i conti, e facendo riferimento solo agli ultimi 15 anni, l’area radicale ha fatto ricorso alle giurisdizioni nazionali europee e sovranazionali in oltre 600 casi  se includiamo i ricorsi dei detenuti che abbiamo presentato alla Corte EDU per trattamenti inumani e degradanti. L’elenco degli estensori che spesso coincidono con i firmatari è lunghissimo: Studio Niccolò Paoletti, Filomena Gallo, Deborah Cianfanelli, Mario Staderini, Michele De Lucia, Massimiliano Iervolino, Riccardo Magi, Paolo Izzo, Emma Bonino, Marco Pannella, Laura Arconti, Studio Andrea Saccucci, Marco Beltrandi, Valerio Federico, Giuseppe Alterio, Giandomenico Caiazza, Gianni Baldini, Angelo Calandrini, Lorenzo Lipparini, Marco Cappato, Simona Viola, Mario Bucello, Giovanni Pesce, Maurizio Bolognetti, Giuseppe Candido, Sergio Ravelli, Maurizio Turco, Vincenzo Di Nanna, Giuseppe Rossodivita, quest’ultimo un vero recordman: sono infatti 220 i procedimenti che ha seguito e segue esclusi i ricorsi della Torreggiani.

Le materie? distinte per macro aree hanno riguardato identità e reputazione, informazione, disobbedienze civili, ambiente ed economia, diritti civili, giustizia e carcere, diritti elettorali e referendari, trasparenza e privilegi.
Ecco, ciò che dobbiamo fare è rendere più forte la realtà che, nonostante il regime, possiamo essere, cercando risorse, facendo alleanze e anche offrendo strumenti di intervento militante diffusi sul territorio. Ma quel che urge è quantificare subito il danno erariale globale(che Marco Pannella chiama “ipoteca erariale”) causato dal mancato rispetto dello Stato di diritto. Deborah Cianfanelli, con intuito e professionalità ha già cominciato a farlo su alcuni aspetti della giustizia e del carcere con il ricorso presentato alla Corte dei Conti. Massimiliano Iervolino lo ha fatto sull’ambiente e non solo. Io ho molta fiducia che in questo ci aiuti anche il Prof. Mario Baldassarri che interverrà sabato prossimo in plenaria.
Arrivo alla conclusione. Rispondo innanzitutto a quanti mi hanno chiesto se ripresenterò la mia candidatura alla segreteria. No, come sapete, sono candidata a Garante dei detenuti dell’Abruzzo e questo incarico è incompatibile con il ricoprire responsabilità di vertice di partito. Vedremo come andrà a finire. Per il momento, grazie soprattutto a Vincenzo Di Nanna, abbiamo ottenuto la mia riammissione fra gli eleggibili e tolto l’etichetta di INDEGNA che però, rivendicando ciò che ho è abbiamo fatto per la legalizzazione della Cannabis, per quel che ho fatto da radicale per la legalizzazione della cannabis, vorrei appendermi come medaglia da indossare tutta la vita. Quel che è certo è che per quelle che sono le mie convinzioni io cercherò di lottare da qualsiasi postazione in cui mi sarà possibile essere in futuro.
Care compagne e cari compagni,
Io sono convinta che solo in una sede radicale, sia possibile aspettarsi che la risposta sia adeguata a quel che è necessario. Non vedo altre forze politiche capaci o almeno interessate all’obiettivo che ho proposto. Ancora una volta – come quando un pugno di lucide ma inesperte persone “comuni” prese in mano le redini di un partito sfasciato, agonizzante, portato allo sbaraglio e lo fece rinascere e diventare protagonista della storia del paese – ancora una volta, dico, voglio sperare che da questa assemblea altri uomini e donne “comuni” come siamo, sappiano essere lucidi e profetici, non facendosi abbagliare dalle finte urgenze messe in campo dall’agenda ufficiale di un sistema degradato e miope che sembra assediare il quotidiano del Paese ipotecando il futuro delle generazioni che verranno.