TUTTI I DISAGI AL CARCERE DI SAN CATALDO IN UN’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

3 agosto 2012

Sulla situazione del carcere di San Cataldo è stata presentata un’interrogazione parlamentare a firma di Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti.

DI SEGUITO IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERROGAZIONE

il 30 giugno 2012 la prima firmataria del presente atto si è recata in visita presso la casa di reclusione di San Cataldo (Caltanissetta), accompagnata dai militanti radicali Donatella Corico, Giuseppe Nicosia e Gianmarco Ciccarelli;

la visita ha avuto una durata di 5 ore e 40 minuti; la delegazione è stata ricevuta e accompagnata dal direttore dell’istituto, Angelo Belfiore, e dal comandante di Polizia penitenziaria, Alessio Cannatella;

la situazione riscontrata è la seguente: i detenuti presenti sono 100, di cui 94 scontano una condanna definitiva, 4 sono in attesa di giudizio, 2 in regime di semilibertà; la capienza regolamentare della casa di reclusione di San Cataldo, secondo quanto riferito dal direttore, è di 127 posti; secondo quanto riferito, gli agenti di polizia penitenziaria effettivamente in servizio sono 64, a fronte di una pianta organica che prevede 71 unità; i detenuti che lavorano sono 15; circa 30 detenuti hanno seguito corsi scolastici (scuola elementare e media) o hanno avuto la possibilità di accedere ad altri corsi, tra cui si segnalano «Attimi d’evasione», un laboratorio cartoonist tenuto dal vignettista Lello Lombardo, e il progetto «Vela», un percorso finalizzato al recupero e al reinserimento sociale con il coinvolgimento delle famiglie delle persone condannate;

la delegazione visita le celle dell’istituto e si sofferma a colloquiare con le persone ristrette; gli stranieri sono circa il 40 per cento della popolazione detenuta; alcuni riferiscono di trovarsi in carcere per non aver ottemperato all’ordine di espulsione: «siamo qui per clandestinità, non abbiamo commesso nessun altro reato»; gli educatori, secondo quanto riferito dal responsabile dell’area educativa Michele Lapis, sono 5; molti detenuti lamentano ritardi e inadempienze da parte del magistrato di sorveglianza; alcuni detenuti lamentano l’assenza del direttore: «ho fatto 5 istanze per parlare con lui, oggi lo vedo per la prima volta», afferma un detenuto; «il direttore dopo 9 mesi lo sto conoscendo adesso», lamenta un altro; va sottolineato che il direttore della casa di reclusione di San Cataldo è altresì direttore della casa circondariale di Caltanissetta e della casa circondariale di Gela (Caltanissetta)

nella cella n. 13 sono ristretti 6 detenuti; la cella non è provvista di doccia, ai detenuti è consentito l’utilizzo della doccia esterna tre volte alla settimana; nella cella, inoltre, non c’è l’acqua calda; alle finestre delle celle sono saldate lamiere di circa 1,20 metri di altezza, che coprono la visuale esterna fino ad una altezza di circa 3 metri dal pavimento; oltre a queste lamiere e alle normali sbarre, sono applicate alle finestre reti a maglia stretta, per cui la circolazione di aria e l’ingresso di luce naturale risultano particolarmente limitati; le condizioni della cella sono fatiscenti; alcuni detenuti riferiscono che il rapporto con gli agenti di polizia penitenziaria è buono: «qui sono più elastici e più umani che in altre carceri»;

F.S. nato a Catania il 24 aprile 1982, lamenta ritardi nella concessione dei giorni di liberazione anticipata da parte del magistrato di sorveglianza: «non mi sono arrivati i giorni, altrimenti avrei potuto presentare già ad aprile la domanda per la legge 199, per andare ai domiciliari, invece dovrò attendere fino ad agosto»; la cella n. 12 ospita 4 detenuti; anche in questa cella alle finestre sono applicate, oltre alle normali sbarre, lamiere in ferro e reti a maglia stretta; nella cella n. 11 sono ristrette 6 persone; anche le finestre di questa cella hanno lamiere in ferro e reti a maglia stretta, oltre alle normali sbarre; la cella non è provvista di doccia; G.C. nato a Bari il 16 novembre 1969, riferisce di aver presentato nel febbraio 2012 una domanda di avvicinamento alla famiglia, residente a Bari, e di non aver ricevuto alcuna risposta: «ho una moglie e due figli di 12 e 22 anni, prima ero nel carcere di Bari, sono stato trasferito qua per sfollamento, devo scontare ancora più di 2 anni, vorrei stare più vicino alla famiglia, non vedo mia moglie e uno dei miei figli da 19 mesi»;

anche R.G. nato a Napoli il 15 gennaio 1972, riferisce di essere stato trasferito «per sfollamento» dal carcere napoletano di Poggioreale e di aver fatto già da alcuni mesi richiesta di avvicinamento alla famiglia, senza aver ricevuto alcuna risposta: «non vedo i miei figli da un anno e mezzo: anche se a Poggioreale si sta peggio preferivo stare là, almeno potevo fare i colloqui»; R.C. nato a Napoli il 13 ottobre 1962, racconta di dover scontare ancora molti anni in carcere e di aver fatto domanda per essere trasferito in un istituto con maggiori opportunità di lavoro: «ho il fine pena nel 2020, tre mesi fa ho fatto la domanda per il trasferimento, vorrei andare a Gorgona, a Volterra, a Spoleto o a Noto, ma sarei disposto ad andare in qualsiasi altro istituto perché non ho famiglia ma ho bisogno di lavorare»;

la cella n. 10 ospita 6 detenuti; non c’è la doccia e alle finestre sono applicate, oltre alle sbarre, lamiere di ferro e reti a maglia stretta; un detenuto lamenta: «non mi hanno consentito di andare al funerale di mio fratello»; e aggiunge: «6 mesi fa, a gennaio, ho fatto la domanda per andare ai domiciliari (legge n. 199 del 2010) e ancora sto aspettando una risposta, ormai mi mancano soltanto 4 mesi da scontare»; alcuni detenuti sottolineano il disagio di dover dormire su materassi di gommapiuma eccessivamente scomodi: «guardate che spessore hanno e in che condizioni sono, questi andrebbero cambiati»; un altro detenuto lamenta: «c’è un buco da cui escono gli scarafaggi, ho chiesto di chiuderlo, ma ancora niente»;

nella cella n. 9 (non fumatori) sono ristretti 5 detenuti; un detenuto racconta: «io uscirò domani, vorrei andare in una comunità perché ho problemi con l’alcool, quando bevo divento aggressivo; questo sistema carcerario non funziona, io avrei avuto bisogno di controllare il mio fegato, la mia schiena, di fare sport, non di stare fermo in questa branda a prendere gocce per dormire»; E.V. detenuto rumeno ventisettenne, riferisce di avere il fine pena nel dicembre 2012 e di non aver ricevuto alcuna risposta all’istanza presentata nel mese di gennaio 2012 per scontare il residuo della pena presso il proprio domicilio (ai sensi della legge n. 199 del 2010 e successive modifiche): «almeno vorrei una risposta, un sì oppure un no»;

nella cella n. 8 sono ristretti 6 detenuti stranieri (5 marocchini e un egiziano); la cella è di ampie dimensioni e il bagno è dotato di doccia; le condizioni strutturali sono fatiscenti; un detenuto riferisce di aver presentato tre volte l’istanza per i domiciliari ex legge n. 199 del 2010 e di aver ricevuto altrettanti rigetti: «a noi stranieri rigettano sempre tutto»; un altro detenuto afferma: «vorrei finire di scontare la pena in Spagna, dove risiede la mia famiglia»; la cella n. 7 è di dimensioni molto ampie (circa 220 metri quadrati) e ospita 8 detenuti; anche in questa cella sono applicate alle finestre, oltre alle normali sbarre, lamiere in ferro e reti a maglia stretta; il bagno è dotato di doccia e di 2 gabinetti;

M.C.N. detenuto di nazionalità nigeriana trentunenne, riferisce di avere problemi di salute («alla pelle») e di aver presentato nel mese di settembre 2012 domanda per scontare il resto della pena nel suo Paese: «l’ho chiesto tanti mesi fa, il mio passaporto è in regola, ormai mi mancano solo 6 mesi per il fine pena»; anche E.N.C. vorrebbe scontare il residuo della pena nel suo Paese, la Nigeria, dove risiedono la moglie e due figli minorenni (di 2 anni e 4 anni); H.N.M. detenuto del Bangladesh ventottenne, riferisce di avere un residuo di pena da scontare inferiore ad un anno, e lamenta di non aver ricevuto alcuna risposta alle istanze presentate per ottenere i giorni di liberazione anticipata e per accedere alla detenzione domiciliare ex legge n. 199 del 2010;

un detenuto lamenta: «in questo carcere c’è la palestra ma io ancora non l’ho potuta vedere, negli ultimi mesi ho fatto la domanda ogni settimana ma ancora niente»; nella cella n. 2 sono ristretti 18 detenuti, sistemati in 9 letti a castello; l’età delle persone ristrette è compresa fra 21 e 66 anni; la finestra, dotata di rete a maglia stretta oltre alle normali sbarre, è protetta da una speciale inferriata interna posta a circa 90 centimetri dalla finestra stessa: l’ingresso di luce naturale è ridottissimo; i detenuti lamentano le condizioni in cui sono costretti a scontare la pena: «la convivenza in 18 persone è difficile, qui si calpesta la nostra dignità in tutto»; nel bagno sono presenti una doccia (non provvista di tendina) e due gabinetti disposti uno accanto all’altro: «è una cosa indecente, non c’è nessuna privacy», afferma un detenuto; secondo quanto riferito dai reclusi, l’acqua calda non esce mai dai rubinetti mentre per la doccia viene erogata soltanto 3 giorni alla settimana, e precisamente il martedì, il giovedì e il sabato dalle 8,30 alle 11,30 e dalle 13,30 alle 15,00: «gli orari in cui c’è l’acqua calda coincidono con le ore d’aria, o fai la doccia o vai al passeggio», evidenziano i detenuti; «i materassi in gommapiuma sono scomodissimi, viene meglio a dormire sulla grata di ferro che su questi materassini», lamentano i detenuti; la palestra, secondo quanto riferito, «funziona discretamente», ma non tutti hanno la possibilità di accedervi e un detenuto recrimina: «chi riesce ad andarci è fortunato, io ho fatto la domanda e non mi hanno nemmeno risposto»; un detenuto lamenta il fatto che la televisione sia di piccole dimensioni e con il segnale video disturbato: «questa cella pare un capannone per i cinesi, la tv si vede malissimo e io dal mio letto non la vedo proprio, ogni volta mi viene una crisi di nervi»; i detenuti protestano per le condizioni della sala per la socialità: «quella sala è pessima, e poi lì fa un caldo insopportabile», dice un detenuto; «il bagno della sala per la socialità fa schifo», aggiunge un altro;

M.D.C. napoletano ventiquattrenne, riferisce di non aver ricevuto alcuna risposta alle istanze presentate per essere trasferito in un carcere più vicino al luogo di residenza della famiglia, in modo da poter svolgere i colloqui: «vorrei avvicinarmi ai miei che vivono a Napoli, ho fatto due domande, una a settembre e un’altra a maggio, ma non mi risponde nessuno»; B.M. paternese di 25 anni, segnala l’assenza di risposta alla sua istanza per accedere alla detenzione domiciliare ai sensi della legge n. 199 del 2010: «mi mancano 8 mesi di pena da scontare, ho fatto domanda per la 199 diversi mesi fa, ancora non ho ricevuto risposta»; anche F.T. catanese trentaduenne, ha chiesto di poter scontare il residuo della pena agli arresti domiciliari ex legge n. 199 del 2010, senza aver ancora ricevuto alcuna risposta: «a me mancano soltanto 2 mesi per uscire da qui», afferma;

7 detenuti ristretti nella cella n. 2 sono tossicodipendenti; l’assistenza del Sert, secondo quanto riferito, è del tutto inadeguata: «non ci fanno nessun trattamento, il Sert è come se non ci fosse»; C.D. riferisce di avere 2 figli minorenni e sottolinea come in questo carcere i colloqui e le telefonate con i familiari siano consentiti per un tempo inferiore rispetto ad altri istituti: «qui ogni mese possiamo fare soltanto 4 ore di colloquio e 2 telefonate da 10 minuti, mentre nel carcere di Augusta potevo fare 6 ore di colloquio e 4 telefonate da 10 minuti»; questo detenuto racconta di essere stato recluso dopo un processo durato 21 anni per un fatto commesso nel 1989: «quando mi hanno arrestato, lavoravo ed ero un’altra persona già da molto tempo»;

A.M. mazarese trentatreenne, riferisce di essere al 3° giorno di sciopero della fame perché alla sua richiesta di un colloquio con il magistrato di sorveglianza non è seguito alcun riscontro, dopo più di un mese dalla presentazione della domanda;

M.T. nativo di Canicattì (Agrigento), lamenta carenze nell’assistenza sanitaria: «da quando sono stato trasferito in questo carcere sono affetto da psoriasi, o perlomeno si presume che sia psoriasi, 3 mesi fa ho fatto una domanda per una visita in un ospedale, per effettuare una biopsia, ma ancora non mi ci hanno portato»; molti detenuti si rammaricano per l’assenza di lavoro e di attività trattamentali: «questa non è una casa circondariale, è una casa di reclusione, ma stiamo sempre chiusi in cella, abbiamo solo le ore d’aria e un’ora per la socialità»; «come casa di reclusione dovrebbe esserci il lavoro, e invece qui non c’è niente», dice un detenuto; «dopo un anno che ero qua mi hanno fatto lavorare per 20 giorni come scopino», racconta un altro;

una criticità evidenziata dai detenuti riguarda il cosiddetto sopravitto, con riferimento sia alla qualità che al prezzo dei prodotti: «il cibo che acquistiamo a volte ci viene consegnato quando è ormai prossimo alla scadenza e in alcuni casi quando è già scaduto»; «la cioccolata che ho acquistato, quando me l’hanno consegnata era già scaduta da un mese», protesta un detenuto; altri confermano: «capita con le merendine, con gli ovetti Kinder e anche con altri prodotti, ce li fanno pagare cari ma ce li portano scaduti»; con riferimento ad un consistente numero di prodotti del sopravitto, i detenuti denunciano prezzi di vendita superiori rispetto ai normali prezzi di mercato e forniscono la marca, il formato e il prezzo di alcuni prodotti; l’interrogante, successivamente, ha verificato che la differenza fra il prezzo dei prodotti in vendita all’interno del carcere e il prezzo ordinario degli stessi prodotti in vendita nei supermercati più vicini all’istituto di pena, in molti casi, è davvero notevole: a titolo esemplificativo, la pasta Barilla (confezione da 1 chilogrammo) costa euro 1,25 al supermercato mentre in carcere è venduto a euro 1,49; lo shampoo Roberts (confezione da 500 ml) costa euro 1,99 al supermercato mentre in carcere è venduto a euro 2,65; il bagno schiuma Vidal costa euro 1,19 al supermercato mentre in carcere è venduto a euro 2,15; una confezione di batterie Duracel stilo o ministilo costa euro 2,90 al supermercato mentre in carcere è venduta a euro 4,90;

i detenuti riferiscono che i moduli per presentare le domandine non vengono forniti in quantità sufficiente; i detenuti denunciano che le schede che i familiari devono compilare per la consegna di beni o prodotti al congiunto ristretto (schede recanti l’intestazione «direzione casa di reclusione San Cataldo») non vengono fornite dal carcere ma possono essere acquistate esclusivamente in un tabacchino vicino al carcere, al prezzo di euro 0,10;

nella cella n. 3 sono ristretti 8 detenuti; anche in questa cella alle finestre sono applicate, oltre alle normali sbarre, reti a maglia stretta e lamiere metalliche (fino ad un’altezza di circa 3 metri dal pavimento) che limitano notevolmente l’ingresso di aria e di luce naturale; in questa cella, a differenza della precedente, la televisione si vede bene; il bagno è provvisto di doccia, i detenuti confermano che l’acqua calda per la doccia è disponibile soltanto per 3 giorni alla settimana;

«con gli agenti qui va tutto bene, il problema è il magistrato di sorveglianza», sottolineano alcuni; i detenuti mostrano delusione con riferimento agli effetti della legge n. 199 del 2010: «la svuotacarceri è stata un fallimento perché non arriva, o se arriva, arriva a ridosso del fine pena: a un detenuto è arrivata 10 giorni prima della scarcerazione»;

un detenuto racconta: «ho una figlia piccola, mi hanno arrestato per un residuo di 3 mesi, quando mi hanno arrestato lavoravo e ora invece ho perso il lavoro»; i detenuti lamentano l’assenza di lavoro all’interno della casa di reclusione: «in questa cella siamo in 8 e nessuno di noi lavora»; un detenuto lamenta: «il Tribunale di sorveglianza per darci l’affidamento ai servizi sociali ci richiede un lavoro, ma fuori un lavoro non ce lo danno perché abbiamo precedenti penali: è il cane che si morde la coda»;

la cella n. 6 ospita 11 detenuti, sistemati in 4 letti a castello a tre piani; anche alle finestre di questa cella sono applicate reti a maglia stretta e lamiere in ferro: «non passa l’aria, sembriamo al 41-bis», afferma un detenuto, «se guardiamo fuori ci roviniamo la vista», sottolinea un altro; «la finestra si affaccia sul passeggio, a che servono queste lamiere?» si chiede un detenuto, che aggiunge: «queste lamiere assorbono il calore e lo rilasciano durante tutta la giornata, anche la notte»; il bagno di questa cella, provvisto di doccia e di due gabinetti affiancati, si presenta in condizioni fatiscenti;

un detenuto milanese riferisce di non aver mai ricevuto risposta alle numerose istanze presentate per chiedere di essere trasferito in un istituto di pena più vicino al luogo di residenza della famiglia, che vive a Milano: «sono fuori dalla Lombardia da 2 anni e mezzo, dal carcere di Opera mi hanno sfollato ad Augusta e ora sono qui da 4 mesi, ho fatto un sacco di domande per avvicinarmi alla famiglia, ho una figlia di 9 anni che è venuta a trovarmi la settimana scorsa, non la vedevo da 6 mesi»;

nella cella n. 5 sono ristretti 12 detenuti, sistemati in 4 letti a castello a tre piani; «in 12 persone, la mattina per andare in bagno è un problema», lamenta un detenuto; «ne ho girate carceri, qui tutto sommato non si sta male», afferma un altro; anche in questa cella le finestre sono parzialmente ostruite da lamiere metalliche e presentano reti a maglia stretta;

E.S. cittadino italiano nato a Skopje (Macedonia) il 23 luglio 1990, riferisce di essere stato trasferito in questa casa di reclusione «per sfollamento» e lamenta di non aver ricevuto risposta alle istanze di avvicinamento alla famiglia: «provengo dal carcere di Secondigliano, sono qui da 1 anno, la mia famiglia è residente a Napoli, ho fatto numerose domande per riavvicinarmi, è da più di 6 mesi che lo chiedo»;

nella cella n. 4 sono ristretti 10 detenuti; anche in questa cella sono applicate alle finestre lamiere metalliche e, oltre alle sbarre, reti a maglia stretta;

S.G. detenuto albanese trentacinquenne, riferisce di avere un forte dolore alla schiena e di non ricevere cure: «sto malissimo, posso stare in piedi soltanto per pochi minuti al giorno, un mese fa il medico mi ha visitato ma i farmaci che mi ha prescritto il carcere non me li dà e quelli comprati dai miei familiari, che vivono a Roma, non li fanno entrare»; S.G. ha presentato la richiesta di trasferimento in Albania e riferisce che il Ministero della giustizia della Repubblica d’Albania, con un documento firmato dal Ministro della giustizia Eduard Halimi, si è detto favorevole ad accoglierlo per scontare il residuo della pena in un carcere albanese: «se il mio Paese ha già detto che posso scontare la pena là, perché l’Italia mi trattiene?»;

M.E.B. marocchino trentatreenne, espone così il suo problema: «dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Rho ed essere stato portato nel carcere San Vittore di Milano, non ho più i miei documenti; io ho un permesso di soggiorno permanente rilasciato in Spagna, il numero è EX 2662140, uscirò da qui il 20 agosto prossimo, ma se non ho questo documento rischio di andare in un CIE»;

B.F.M. detenuto albanese nato nel 1976, riferisce di avere presentato domanda per un colloquio con il magistrato di sorveglianza e lamenta di non aver ricevuto, dopo 6 mesi, alcuna risposta;

una nota positiva è che tutte le celle della casa di reclusione sono dotate di frigorifero; nella sala per la socialità, di ampie dimensioni, oltre ai tavoli e alle sedie sono presenti un tavolo da ping pong e un calcetto rotto; i detenuti possono accedervi ogni giorno dalle 15,30 alle 16,30; il wc è in cattivo stato; la sala per i colloqui fra i detenuti e i familiari è ampia e i muri sono decorati da murales; alle finestre sono applicate reti a maglia stretta; l’istituto non è dotato di un’area verde attrezzata per lo svolgimento dei colloqui fra i detenuti e i familiari minorenni; il cortile-passeggio esterno, privo di copertura, è circondato da un lugubre filo spinato; l’articolo 28 della legge 26 luglio 1975, n. 354 (ordinamento penitenziario), stabilisce che «particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie»;

l’articolo 15 della medesima legge prescrive che «nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie»; il comma 2 dell’articolo 62 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 2000, n. 230 (Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà), dispone che «particolare attenzione è dedicata ad affrontare la crisi conseguente all’allontanamento del soggetto dal nucleo familiare, a rendere possibile il mantenimento di un valido rapporto con i figli, specie in età minore, e a preparare la famiglia, gli ambienti prossimi di vita e il soggetto stesso al rientro nel contesto sociale»;

l’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 30 giugno 2000 prevede che «Il magistrato di sorveglianza, nell’esercizio delle sue funzioni di vigilanza, assume, a mezzo di visite e di colloqui e, quando occorre, di visione di documenti, dirette informazioni sullo svolgimento dei vari servizi dell’istituto e sul trattamento dei detenuti e degli internati»;

il 1° comma dell’articolo 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 230 del 30 giugno 2000 prevede altresì che «Il magistrato di sorveglianza, il provveditore regionale e il direttore dell’istituto, devono offrire la possibilità a tutti i detenuti e gli internati di entrare direttamente in contatto con loro. Ciò deve avvenire con periodici colloqui individuali, che devono essere particolarmente frequenti per il direttore. I predetti visitano con frequenza i locali dove si trovano i detenuti e gli internati, agevolando anche in tal modo la possibilità che questi si rivolgano individualmente ad essi per i necessari colloqui ovvero per presentare eventuali istanze o reclami orali. (…)» -: quali interventi intenda mettere in atto per consentire ai detenuti di poter svolgere attività lavorative, culturali, sportive finalizzate ad un’effettiva riabilitazione che faciliti il futuro reinserimento sociale;

se si intendano – intanto – incrementare i fondi relativi alle mercedi per il lavoro dei detenuti, quelli riguardanti i sussidi per i più indigenti, quelli per le attività trattamentali e, infine, quelli da destinare alla pulizia dell’istituto e, in particolare, delle celle;

cosa si intenda fare per una fornitura quotidiana dell’acqua calda per le docce, per intraprendere lavori di manutenzione straordinaria che includano la rimozione delle lastre metalliche e delle reti a maglie strette che ostacolano l’ingresso di aria e luce e per la separazione dei wc e delle docce;

a quando risalga l’ultima visita effettuata dall’ASL sullo stato dei luoghi del carcere di San Cataldo e cosa vi sia scritto nell’ultima relazione semestrale;

in che modo si intenda intervenire in merito ai casi singoli segnalati in premessa;

a quanti dei detenuti del carcere di San Cataldo venga applicato il trattamento rieducativo previsto dall’ordinamento penitenziario, trattamento che deve tendere, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi, secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti;

cosa si intenda fare affinché sia rispettato il principio della territorializzazione della pena;

in particolare, come si giustifichino gli sfollamenti dalle carceri sovraffollate di altre regioni che sradicano i detenuti dal loro ambiente familiare; come questi sfollamenti a centinaia di chilometri di distanza siano compatibili con la normativa citata in premessa;

se corrisponda al vero che la legge n. 199 del 2010 e la sua recente estensione a 18 mesi per l’esecuzione presso il domicilio delle pene, venga applicata agli aventi diritto solo a ridosso del fine pena e, comunque, a molti mesi di distanza dalla presentazione e se intenda assumere iniziative ispettive presso l’ufficio del magistrato di sorveglianza;

se intenda intervenire per favorire la presenza dei mediatori culturali per i detenuti stranieri;

se e quali iniziative intenda assumere per rendere effettiva la possibilità per i detenuti stranieri di scontare gli ultimi due anni di pena nel Paese d’origine;

se intenda vigilare sui prezzi del sopravvitto chiedendo conto alla ditta appaltatrice sia della qualità dei prodotti che dell’elevato costo;

se corrisponda al vero che i familiari delle persone detenute sono costretti ad acquistare presso una rivendita esterna al carcere i moduli per la consegna di beni o prodotti al familiare ristretto;

se corrisponda al vero che i moduli per presentare le domandine non siano forniti ai detenuti in quantità sufficiente;

se intenda verificare lo stato dei materassi in dotazione nelle celle e provvedere eventualmente alla loro sostituzione;

se corrisponda al vero che ai detenuti tossicodipendenti non è assicurato un adeguato trattamento terapeutico e quali atti intenda assumere affinché sia pienamente garantito il diritto alla salute delle persone ristrette;

se si intenda controllare la possibilità per i detenuti di avere colloqui frequenti tanto con il direttore (magari disobbligandolo dal doversi dividere in tre istituti) e se intenda assumere iniziative ispettive presso l’ufficio del magistrato di sorveglianza;

quanti detenuti ha incontrato il magistrato di sorveglianza nell’ultimo anno, con quale periodicità e se abbia mai visitato le celle detenzione, i passeggi e tutti i luoghi frequentati dai reclusi;

se intenda intervenire per allestire l’area verde per gli incontri dei detenuti con i loro familiari, in particolare se minorenni. (4-17192).