STORIA DI ANTONIO, 31 ANNI, INTERNATO DA 8 ALL’OPG PER UN’ESTORSIONE DA 20 EURO

STORIA DI ANTONIO, 31 ANNI, INTERNATO DA 8 ALL’OPG PER UN’ESTORSIONE DA 20 EURO 14 maggio 2013

Oggi in un articolo di Elisabetta Tomaiuolo (Associazione Radicale Maria Teresa Di Lascia) pubblicato su www.statoquotidiano.it, si parla del convegno svoltosi al Tribunale di Foggia sul tema: “Chiusura Opg: verso il superamento dell’ospedale psichiatrico giudiziario”. Lo riporto di seguito:

“Chiudere gli Opg non vuol dire liberarsi del concetto di manicomio e internati”. Svoltosi sabato 11 maggio – al Tribunale di Foggia – il convegno “Chiusura Opg: verso il superamento dell’ospedale psichiatrico giudiziario” promosso dall’associazione radicale Mariateresa Di Lascia e dall’Unione delle Camere Penali, con il sostegno dell’associazione Legali di Capitanata e dell’Ordine degli Avvocati.

Tra gli invitati l’assessore al welfare pugliese Elena Gentile. Lo scopo del convegno è stato quello identificare i ruoli e le responsabilità dei soggetti coinvolti in questo passaggio alle Regioni. Resta infatti il rischio che una volta chiusi i 6 Opg (con circa 1200 internati) presenti in Italia vengano istituiti nelle singole Regioni dei mini-manicomi, se non si riuscirà a variare la logica della presa in carico di soggetti che hanno commesso reati perché affetti da patologie psichiatriche. Nasce dunque la necessità di intavolare un dialogo tra le istituzioni competenti e gli esperti del settore che porti a delle “soluzioni concrete e degne di uno stato civile”.

Con gli istituti penitenziari, gli Opg – nei quali, da anni, viene perpetrata la violazione dei diritti umani – rappresentanto “la vergogna e l’umiliazione dello Stato italiano in Europa e nel mondo”, “risultato della degenerazione del sistema Giustizia”. “Uno Stato esso stesso reo nei confronti dei propri cittadini – come emerso nel tavolo di sabato – perché incapace di far rispettare le proprie leggi e garantire lo Stato di Diritto”.

Il Senato, dopo l’inchiesta della Commissione Sanità, presieduta da Ignazio Marino, ha dichiarato che le condizioni di vita e di cura all’interno degli Opg sono attualmente incompatibili con le disposizioni costituzionali di diritto alla salute libertà personale e umanità di trattamento. È questa una situazione ormai riconosciuta da tutte le forze politiche, come riconosciuta è stata la necessità di intervenire, ma ad oggi non è stato intrapreso nessun percorso di riforma strutturale.

Dopo i saluti iniziali dei rappresentanti delle associazioni, in cui il presidente della Camere Penali avv. Gianluca Ursitti ha espresso la vicinanza ai radicali nella battaglia sulla Giustizia e ha affermato il dovere morale della categoria degli avvocati di occuparsi degli ultimi e dei più deboli, si è entrati nel vivo degli interventi. Il magistrato di sorveglianza di Bari, Mastropasqua, dopo un excursus sull’origine giuridica del manicomio criminale, si è soffermato sulle competenze in materia di misure di sicurezza – il regime di detenzione a cui chi commette un reato deve essere sottoposto – attualmente attribuite totalmente alla magistratura di sorveglianza. Ad esso spetta stabilire il luogo più idoneo ad ospitare il condannato prosciolto.

Di seguito è intervenuta la ex-parlamentare Rita Bernardini, da sempre impegnata sul fronte carceri. La Bernardini ha sottolineato la necessità che nelle nuove strutture che accoglieranno i detenuti con patologie psichiatriche il personale riabilitativo sia preponderante sul personale sanitario, finalizzato ad un reale reintegro e riabilitazione del paziente-reo. Ha inoltre sollevato il problema non solo della sorveglianza ma anche della scarsa vigilanza da parte dei magistrati. In maniera netta Bernardini ha affermato che i magistrati non assolvono al loro dovere ispettivo nell’accogliere le istanze dei detenuti e verificare le condizioni di detenzione, tanto che l’Italia è stata condannata ripetutamente dalla Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) che ha ordinato allo Stato italiano a di ristabilire i diritti dei detenuti entro il gennaio 2014.

Negli Opg infatti almeno il 40% degli internati non è più socialmente pericoloso, e potrebbe accedere a forme di cura alternative. Ma se queste situazioni non verranno accertate si potrebbero verificare i cosiddetti ergastoli bianchi, anche per reati banali, per cui una volta varcata la soglia dell’Opg il detenuto rischia di essere dimenticato senza alcuna speranza di uscire dalla struttura. Come nel caso di Antonio, racconta la Bernardini, “che è internato da 8 anni, per una denuncia di estorsione di venti euro, in seguito ritirata, da parte della nonna”. L’ex parlamentare ha infine auspicato che “il caso di Antonio diventi simbolo dello scandalo degli Opg” e che venga presto “intrapresa un’azione concreta in aiuto di questo ragazzo di 31 anni perché casi come questo non si verifichino più”.

Lo psichiatra Danilo Montinaro di Psichiatria Democratica ha esordito con una frase riferitagli da un paziente internato; “siamo sagome trasparenti disegnate sulla parete di una cella”. Una frase simbolo della “condizione in cui si trovano a vivere i detenuti degli Opg, per i quali non esiste nessuna prospettiva di cura, sottoposti solo a sedazione contenitiva”.

Lo psichiatria ha inoltre approfondito il concetto di “pericolosità sociale”: in molti casi “piuttosto arbitrario”, un “mezzo di controllo sociale di comportamenti percepiti come non giusti e non normali” come il caso riscontrato da Marino durante l’inchiesta di un internato da venticinque anni “per essersi mostrato vestito da donna fuori da un istituto scolastico”.

Nel 20% dei casi i reati commessi da internati non sarebbero infatti di una “gravità tale da comportare il ricovero degli opg e addirittura il 4% di essi sono privi di diagnosi psichiatra”, dunque non si sa nemmeno “il motivo per cui una persona ci finisca dentro”. Montinaro ha chiuso l’intervento con una carrellata di diagnosi improbabili che, in molti casi, “denotano la superficialità degli operatori”.

L’intervento del dottor Tranfaglia – che esercita come psichiatra nel carcere di Foggia e Lucera – ha delineato il quadro delle casistiche e delle patologie psichiatriche con le quali bisogna confrontarsi all’interno del carcere, “che spesso sfociano in episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio”. Quelli più comuni, e in forte aumento, riguardano disturbi della personalità e il senso di alienazione all’interno della società; c’è poi una serie di psicosi provocate dall’abuso di sostanze che richiedono un intervento non solo psichiatrico. La difficoltà maggiore all’interno del carcere sembrerebbe quella di “gestire un individuo già affetto da disagio mentale, che da un giorno all’altro, cioè dopo l’arresto, rischia di perdere i suoi punti di riferimento”.

Nel 2006 la Regione Puglia ha infatti stanziato, con un decreto, delle risorse affinché l’assistenza sanitaria venisse integrata dai Csm “proprio per evitare una frattura traumatica nel percorso terapeutico”. Purtroppo, però, nella pratica ciò non avviene, “per la mancanza di risorse e la difficoltà dei colleghi a venire in carcere e mantenere i contatti con i detenuti”.

“Sarebbe dunque auspicabile un maggiore coinvolgimento del territorio nel trattamento psichiatrico dei detenuti”. Tranfaglia ha concluso sostenendo che “l’istituzione di queste nuove strutture alternative agli Opg dovranno tener conto delle difficoltà di gestione delle patologie psichiatriche all’interno delle carceri, riconsiderando le modalità di cura perché queste persone ricevano un’assistenza adeguata.”

Nonostante la comunicazione di “importanti impegni” all’incontro ha presenziato anche l’assessore alla Sanità regionale Elena Gentile. “Dal punto di vista delle responsabilità formali la Regione è pronta, le strutture sono state individuate e siamo al punto della progettazione.

Tre in tutto – ha continuato la Gentile – una in provincia di Foggia, una a Brindisi, una a Taranto, per un numero di pazienti non superiore a 60”.

Poche le indicazioni su modalità di gestione e tempi di realizzazione: la “configurazione del luogo che accoglierà gli internati non dovrà più rappresentare un luogo di detenzione – ha detto l’assessore regionale – ma dovrà cercare di offrire la percezione della sicurezza” – dato che “le comunità dove sono previste queste strutture sono spaventate” – “un luogo di cura nel quale avviare percorsi di integrazione e socializzazione, questa è la sfida che che mi propongo”.

Conclusione del convegno al Garante dei detenuti della regione Puglia Piero Rossi: “la stortura degli Opg non risiede nel sistema legislativo – ha detto Rossi – l’istituzione totale è stupida, gli Opg non possono funzionare a meno che non ci siano risorse sufficienti e maggiore personale”.

“Gli Opg devono chiudere perché c’è scarso controllo – ha continuato il garante dei detenuti regionale – e le Regioni devono essere pronte ad accogliere queste persone in istituti alternativi, mentre i territori dovrebbero recuperare l’orgoglio di accogliere persone che hanno avuto dei problemi e che ora sono cittadini come tutti gli altri e che per giunta hanno pagato più di quello che avrebbero dovuto. Questo si chiama welfare”.

Questo primo incontro, con interventi autorevoli e qualificati, non ha certo esaurito una tematica complessa come quella della detenzione di individui affetti da malattia mentale, e si pone come un primo passo di un processo di monitoraggio, perché le istituzioni assolvano al loro dovere, e non si rendano colpevoli di continuare la vergogna degli Opg.