RELAZIONE XIII CONGRESSO DI RADICALI ITALIANI

RELAZIONE XIII CONGRESSO DI RADICALI ITALIANI 31 ottobre 2014

Care compagne, cari compagni,

voglio in apertura di questa mia relazione ricordare una persona che, per il secondo anno consecutivo, non può essere qui con noi. Sergio Stanzani ci ha lasciati il 17 ottobre dell’anno scorso pochi giorni prima dell’inizio del 12° congresso. Ci mancano, mi mancano, le sue incazzature, il suo intercalare “va bene, va bene”, il suo maglione rosso congressuale, il suo incoraggiamento a proseguire le lotte radicali, i suoi dubbi, ma anche i suoi slanci di generosità umana e intellettuale. La sua durata. Anche quando si vedeva che soffriva ma si ostinava a venire a Torre Argentina e si scusava per essere arrivato troppo tardi dopo una notte insonne.

E allora, caro Sergio, mi prendo il coraggio che continui a darmi e a darci e vado avanti affrontando questo primo momento congressuale.

Diritto Umano alla conoscenza: il ricorso del Prof Saccucci

Il 2 ottobre 2014, per la prima volta nella storia radicale, l’Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella, per il tramite dello studio legale dell’Prof. Avv. Andrea Saccucci, ha presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo una denuncia contro lo Stato italiano per l’avvenuta violazione di ben due articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (art.6 e art. 10) a seguito del comportamento della Rai, dell’Autorità per le Garanzie nella Comunicazioni e del TAR Lazio, comportamento che ha realizzato nel corso di molti anni una negazione del diritto dei cittadini alla conoscenza completa del dibattito politico ottenuta mediante la pervicace cancellazione delle proposte, delle iniziative e dei soggetti politici radicali. Il ricorso si apre con una vicenda complessa che si riferisce a violazioni certificate dall’Autorità delle Garanzie per le Comunicazioni a danno dei radicali, e per loro tramite, dei cittadini italiani, relative all’anno 2010, includendo una pronuncia del TAR Lazio di oltre tre anni successiva che minacciava persino un commissariamento ad acta dell’Autorità medesima nel caso questa avesse proseguito a violare sentenze emesse dal Tar Lazio stesso, non trascurando l’esclusione di Marco Pannella e di Emma Bonino dalle trasmissioni del servizio pubblico, le oltre cinquanta delibere a proprio favore ottenute in dieci anni dall’Autorità che certificavano la violazione della legge da parte della Rai continuata nel tempo, e l’inefficacia di sentenze e delibere.

È importante sottolineare come per la prima volta i radicali abbiano realizzato un obiettivo che era già incluso nella mozione generale approvata dal primo Congresso di Radicali Italiani nel 2002, e lo abbiano ottenuto su iniziativa di Marco Beltrandi, con Giuseppe Rossodivita, dialogando con un importantissimo studio legale specializzato in queste cause che non è abitualmente coinvolto nelle vicende legali e politiche dei radicali, e vincendo quindi una iniziale e comprensibile diffidenza. A questo esposto ne seguirà prestissimo un altro avente come soggetto agente Radicali Italiani.

Questo a coronamento di un anno che ha visto l’aggravarsi del mancato rispetto di leggi, regolamenti della Vigilanza, Contratti di Servizio e Codice Etico, da parte della Rai, con da una parte una esclusione dei radicali e delle loro iniziative che ha raggiunto punte di intensità inedite, persino durante l’incarico di Ministro degli Esteri svolto da Emma Bonino (flagrante il confronto con lo spazio che Rai ha riservato a Federica Mogherini Rebesani divenuta Ministro degli Esteri da pressoché sconosciuta deputata PD), dall’altra con una clamorosa occupazione per certi aspetti inedita dell’informazione Rai da parte di Renzi e del suo Governo. Naturalmente nel silenzio di opposizioni politiche, osservatori, giornalisti ed intellettuali, Commissione di Vigilanza Rai (malgrado la novità costituita dalla presidenza di un esponente grillino, l’On. Roberto Fico), Agcom, etc.

A proposito dell’informazione Rai, poi, è da segnalarsi la pressoché totale scomparsa della Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, che è un organo di rilievo costituzionale essendo la sola deputata ad intervenire per indirizzare in modo vincolante l’azienda e dovendo vigilare su di essa, portando così a compimento una tendenza iniziata nella scorsa legislatura ad opera anzitutto dell’allora Presidente (e attuale senatore PD) Sergio Zavoli, di cancellarne finanche la legittimità ad intervenire su una Rai che Renzi vorrebbe formalmente più autonoma dai partiti, ma di fatto al servizio delle medesime oligarchie con ancora meno controlli pubblici. Il tentativo di Marco Beltrandi di far adottare dalla Commissione un quanto mai giustificato atto di indirizzo affinché la Rai non continui nella censura delle massime magistrature del Paese, e persino di Papa Francesco, in tema di carceri amnistia, indulto e mancata riforma della giustizia, è stato sinora senza esito, respinto anzitutto dal Presidente On. Fico che ha scoperto grazie al Centro di Ascolto dell’Informazione dei radicali, ormai chiuso, quanto e come la Rai continui ad operare a favore anche del Movimento 5 stelle in termini di ascolti consentiti. Forse è il tempo di pensare ad un appello di personalità nazionali (ve ne sono?) e internazionali analogo a quello che nel 1976 consentì ai radicali, e per loro tramite ai cittadini italiani, di conquistare il diritto alle tribune politiche, modificando così la stessa composizione del Parlamento italiano.

Del ricorso Saccucci ne parleremo il 6 novembre, fra pochi giorni, con autorità ed esponenti politici in una aula del Senato durante un Convegno appositamente organizzato.

 

Radicali Italiani, soggetto costituente del Partito Radicale

 

Per cui, già nella mia lettera di convocazione di questo congresso, nella proposta di titoli, temi e relatori delle Commissioni e, in questa mia relazione al Congresso, ho cercato di offrire a Radicali Italiani l’opportunità di ri-affermare i suoi connotati di soggetto costituente del Partito Radicale, a partire da quelli transnazionale, transpartitico e nonviolento.

>E’ una richiesta di supplenza che avanzo a Radicali Italiani perché si assuma responsabilità e faccia fronte a difficoltà, reali o presunte, proprie del Partito Radicale? No, è esattamente il contrario. E’ un appello al Movimento perché ri-viva – nei fatti, nelle idee e negli obiettivi – la sua natura di soggetto costituente e, per ciò stesso, contribuisca alla vita del Partito Radicale, il quale – lo voglio ricordare – anche quando non aveva ancora adottato il simbolo di Gandhi e si presentava alle elezioni in Italia con il simbolo della Rosa nel Pugno, non ha mai connotato la sua politica in termini nazionalistici e partitici: basti pensare alla lotta contro lo sterminio per fame e alla prassi della “doppia tessera”.

Alla Ragion di Stato, alla sovranità nazionale, indipendente e assoluta dello Stato, abbiamo opposto la transnazionalità dello Stato di Diritto, democratico, federalista e laico e l’universalità dei Diritti Umani, il primato assoluto della persona. Così come, alla Ragion di Partito, unico ed esclusivo, abbiamo opposto la transpartiticità della doppia e tripla tessera, per affermare innanzitutto il primato e la libertà dell’iscritto, il suo diritto di associarsi senza dover corrispondere al partito null’altro – fedeltà, disciplina o moralità – se non la quota di iscrizione.

Sulla situazione e le prospettive del Partito radicale

Come ci ha ricordato il Tesoriere del Partito Maurizio Turco, allo stato attuale il Partito ha debiti per 450mila euro, una cifra pari a quello che è stato l’intero autofinanziamento del 2014.

Si pone quindi la necessità di una iniziativa straordinaria di autofinanziamento volta a ripianare il debito e convocare il 40° Congresso del Partito radicale nel corso del 2015, a sessant’anni dalla sua fondazione.

Politicamente ci troviamo quindi nella situazione già vissuta nel corso del 2011 quando, dopo nove anni dal congresso di Tirana del 2002, siamo riusciti a convocare il congresso dopo che, nel corso di quell’anno avevamo organizzato due consigli generali preparatori del Congresso.

Rispetto ad allora sul fronte politico il Partito, grazie soprattutto all’impegno di Marco Pannella e Matteo Angioli, ha fatto passi avanti sulla campagna per lo “stato di diritto democratico, federalista, laico contro la ragion di stato e di partito”. Iniziativa sulla quale si è tenuto all’inizio di quest’anno a Bruxelles un primo incontro e un secondo è previsto entro marzo finalizzato a definire e promuovere la campagna vera e propria, con obiettivi e scadenze e di cui ci parlerà Matteo Angioli.

Dall’esilio di Saddam, al tentativo di salvarlo dalla pena di morte, garantendogli un giusto processo; dal sostegno alle prime desecretazioni del cosiddetto “Downing Street memo” e di “Wikileaks”, alla raccolta di documenti, interviste e testimonianze per mostrare il tradimento di parlamenti (a partire da Westminster) consultabili su iraq.radicali.it; dal supporto all’Inchiesta Chilcot al Convegno di Bruxelles tenuto al Parlamento e alla Commissione europea lo scorso 18 e 19 febbraio.

E’ vero: sono passati più di 10 anni dalla campagna “Iraq Libero: unica alternativa alla guerra”, che ci ha portato all’iniziativa per il diritto alla conoscenza fino a sfociare nell’iniziativa in corso. Sono stati dieci anni di battaglie che si sono succedute con l’obiettivo di dare centralità e forza al diritto e ai diritti.

E’ altrettanto vero che ci sono voluti 12 anni – lo ricordavo prima – perché si realizzasse il primo impegno della mozione del primo congresso di Radicali italiani che impegnava gli organi dirigenti del movimento a presentare e sostenere una denuncia contro lo Stato italiano dinanzi alla Corte Europea dei diritti umani per l’attentato ai diritti civili e politici -e quindi umani- dei cittadini italiani, aggravato in modo particolare in questi ultimi anni, specie con riferimento al diritto fondamentale al “conoscere per deliberare” ”

Sono stati davvero pochissimi coloro che oltre all’auspicio di presentare una tale denuncia credessero fosse davvero compatibile con l’ordinamento della Corte europea dei diritti dell’Uomo.

Il Diritto umano alla conoscenza, a partire da “Iraq Libero”

Nel gennaio 2003 demmo il via all’iniziativa “Iraq Libero: unica alternativa alla guerra” volta a promuovere l’esilio di Saddam Hussein e l’affidamento dell’Iraq a un’amministrazione fiduciaria dell’ONU. Parte dell’iniziativa ebbe come principale promotore la Camera dei Deputati in Italia (con una risoluzione approvata il 19 febbraio 2003) e alcuni parlamentari europei che sostennero un appello radicale che raccolse quasi 30.000 firme. Sappiamo tutti com’è andata: la sordità di Bush e Blair e l’inesistenza di una politica estera davvero europea impedirono che il tentativo di diplomazia aggressiva (ricordiamo che le truppe americane da molte settimane stanziavano ormai sui confini iracheni) andasse a buon fine. Questo avvenne nonostante proprio in seno al mondo arabo, nella Lega Araba in particolare, si fosse aperto uno spiraglio per trovare una soluzione pacifica alla crisi.

Successivamente, una importante porzione della nostra attività politica si è concentrata sul Parlamento britannico prima e sull’Inchiesta Chilcot poi. Questo perché da lì iniziavano a trapelare i primi documenti che mostravano/confermavano il reale comportamento di Blair. L’Inchiesta presieduta da Sir John Chilcot è stata creata su pressione popolare nel luglio 2009 dall’allora Primo ministro laburista Gordon Brown e oggi, dopo oltre cinque anni di lavoro e un costo di oltre 7 milioni di sterline, Chilcot non ha ancora potuto consegnare le sue conclusioni.

Motivo del ritardo: i documenti riservati scambiati nei mesi prima della guerra tra Bush e Blair e altri in una fase successiva tra Bush e Brown che Chilcot vorrebbe desecretare per allegarli nel suo Rapporto finale. Così facendo, sostiene giustamente Chilcot, i cittadini britannici potranno comprendere a pieno le ragioni delle critiche e delle accuse che investirebbero – e magari investiranno – i principali attori politici del Regno Unito, a cominciare da Tony Blair. Da alcuni mesi è stato trovato un compromesso tra John Chilcot, il Presidente dell’Inchiesta, e Jeremy Heywood il Segretario del Gabinetto del Governo britannico guidato da Cameron. Si tratta dunque di un compromesso tra il Governo e l’Inchiesta su quali documenti e sotto quale forma pubblicare.

In questo quadro s’inserisce il lavoro, da noi incoraggiato, di Stephen Plowden e Owen Thomas. Il primo è un cittadino londinese che da quasi quattro anni ha avviato una personale iniziativa, ingaggiata con il Foreign Office (il Ministero degli Esteri britannico). Attraverso il Freedom of Information Act Plowden chiede la pubblicazione di alcuni documenti, in particolare di alcune note, che Bush e Blair si sono scambiati nei mesi precedenti alla guerra. Il secondo è un docente dell’Università dell’Exeter che si è occupato specificamente del lavoro dell’Inchiesta Chilcot.

Non è da escludere che, se il Rapporto Chilcot avrà solidità e autorevolezza (ciò dipenderà dai documenti che conterrà), potrebbe trattarsi di un precedente di portata storica mondiale per quanto riguarda i rapporti tra gli Stati e le decisioni politico-militari prese dai governi di Paesi “democratici”.

Per questo l’esito di questa vicenda è per noi così cruciale. E’ un passaggio storico delicato. Nel caso dell’Inchiesta Chilot ci troviamo infatti di fronte a una commissione indipendente, di nomina governativa, formata da “privy counsellors” (i consiglieri della Regina), che non può ancora portare a termine il suo compito a causa dell’ostruzionismo del governo succeduto a quello che l’ha nominata, un governo di colore opposto (Cameron), ma che dovrebbe avere tutto l’interesse a esporre i gravi errori commessi dal precedente Primo ministro (Blair). A tal proposito Chilcot denuncia il fatto che mentre gli artefici britannici dell’attacco all’Iraq hanno potuto fornire al popolo la loro versione dei fatti attraverso libri, memorie, saggi e conferenze, l’Inchiesta Chilcot non può, nonostante sia, come già ricordato, di nomina governativa e formata da autorevoli funzionari dello Stato.

E’ ovvio che l’esito di questa indagine che noi auspichiamo, rappresenterebbe una conquista importante nella direzione del “diritto alla conoscenza” di ciò che i Governi stabiliscono e compiono in nome dei loro cittadini e che vogliamo affermare innanzitutto all’ONU. In questo senso s’inserisce la nostra attenzione al “diritto alla verità” già riconosciuto dall’ONU in merito a casi individuali di gravi violazioni di diritti umani e per il quale esiste da due anni uno Special Rapporteur dell’ONU per la promozione, la giustizia della verità e il lavoro svolto al Parlamento europeo culminato con la votazione e l’approvazione del Rapporto 2008 sui Diritti Umani nel Mondo, curato da Marco Cappato, in cui si propone tra le altre cose, la nonviolenza come strumento di iniziativa politica dell’UE.

Dobbiamo dunque approfondire e promuovere il “diritto alla conoscenza” identificando sostenitori e istituzioni che condividano questa proposta. In un momento in cui in Europa spirano sempre più i venti dell’isolazionismo e del nazionalismo e in cui i diritti individuali sono minacciati da una Ragion di Stato che colpisce sotto forme differenti (in campo politico, economico-finanziario, militare, nell’uso dell’intelligence, nelle politiche sulle droghe, ecc.) crediamo sia necessario parlare di Stato di Diritto federalista e democratico.

Il principale sostenitore della creazione del Consiglio d’Europa (fondato nel 1949), Winston Churchill mantenne il diritto all’obiezione di coscienza di fronte alla follia nazista all’alba della battaglia d’Inghilterra, per marcare la fondamentale differenza tra il mondo libero e democratico e quello violento e antidemocratico. Questo è il tempo dello Stato di Diritto e del federalismo e perciò siamo al lavoro per il secondo Convegno di Bruxelles “Stato di Diritto contro Ragion di Stato”.

Lavorare per creare le condizioni politiche (e quindi anche economiche) affinché il Congresso del Partito Radicale sia possibile, magari proprio il prossimo anno nel 60° anniversario della sua nascita, significa volere un congresso vero che sia almeno all’altezza di quello in cui eleggemmo Demba Traorè Segretario, e certo allora non potevamo immaginare che di lì a poco egli si sarebbe reso indisponibile. L’esercizio del suo mandato avrebbe significato qualcosa di straordinario per la politica transnazionale, ma anche italiana e dello stesso Mali. Il giorno in cui fu eletto già immaginavo cosa poteva voler dire la sua figura per i migranti, da quelli che tentano per disperazione, fame e guerra l’avventura nel mediterraneo che continua ad inghiottire vite umane a quelli che finiscono nelle patrie galere magari solo perché non hanno un avvocato che li difenda, a quelli che vivono ormai a milioni nelle nostre città. L’intuizione di Marco Pannella, non ha avuto la fortuna che meritava.

LA PENA LEGALE – LA GIUSTIZIA GIUSTA

La sentenza Torreggiani, per quel che ci riguarda, ha una storia che parte da lontano, da quando, nel 2011 il Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei decise di tentare di ‘inondare’ la Corte EDU con una pioggia di ricorsi di detenuti.

L’iniziativa fu veicolata grazie a Radio Radicale, ai siti Radicali e alle visite in carcere, allora possibili con i parlamentari, nel corso delle quali, la Segretaria e gli altri parlamentari indicavano ai detenuti la possibilità, messa a disposizione dagli avvocati volontari del Calamandrei, di presentare ricorsi sulla scorta della sentenza Sulejmanovic.

Sono stati centinaia i ricorsi così proposti e patrocinati dagli avvocati radicali, in particolar modo dall’avv. Giuseppe Rossodivita, Segretario del Calamandrei, dall’avv. Gian Domenico Caiazza, Presidente del Calamandrei e dall’avv. Flavia Urciuoli.

Nella sentenza Torreggiani, tre di questi ricorsi sono stati riuniti tra loro e sono stati poi riuniti ad altri due differenti ricorsi e proprio grazie all’iniziativa del Calamandrei, unitamente ad iniziative parallele di altre associazioni ben più strutturate e finanziate come ad esempio Antigone, ha consentito alla Corte di rilevare che le condizioni inumane e degradanti in cui erano e sono tenuti i detenuti nelle prigioni italiane, hanno assunto un carattere strutturale.

Questa è una iniziativa che è stata radicalmente Radicale, dall’inizio alla fine e che penso meriti di essere ricordata come tale. Un esempio di come il ricorso alle giurisdizioni internazionali, variamente articolato, sia a pieno titolo strumento di lotta politica.

La sentenza Torreggiani non ha prodotto l’amnistia e l’indulto da noi richiesto con il Presidente Napolitano, unici provvedimenti strutturalmente in grado di riportare nella legalità l’esecuzione delle pene detentive inflitte o della custodia cautelare in carcere, ma indubbiamente ha determinato un mutamento tanto dell’ordinamento – basti pensare a tutti i provvedimenti che il Governo è stato letteralmente costretto ad adottare per rispondere ai rilievi della Corte – quanto nelle condizioni di vita dei detenuti che certamente per molti aspetti continuano ad essere inumane e degradanti, ma che indubbiamente hanno tratto qualche beneficio dalla diminuzione della popolazione carceraria.

E proprio a partire dalla sentenza Torreggiani è stata poi assunta l’iniziativa della diffida, firmata da Marco Pannella e dall’avv. Giuseppe Rossodivita, inviata a 675 destinatari responsabili dell’esecuzione delle pene in Italia, tra magistrati, direttori delle carceri e Dap e poi della denuncia in sede penale.

Ovviamente la magistratura inquirente Italiana, per le notizie che abbiamo ad oggi, si è ben guardata dall’indagare i propri colleghi, ma anche questa iniziativa andrà guardata tra qualche tempo, così come, dopo qualche tempo, abbiamo visto i frutti delle denunce a tappeto sulle firme false per la presentazione delle Liste: inizialmente nel 2000 su 81 denunce vi sono state 81 archiviazioni senza indagini, con motivazioni spesso ridicole e che un giorno dovranno essere pure pubblicate integralmente, per dar conto di quanta sia l’ipocrisia che si nasconde dietro il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.ì

Anche le motivazioni delle richieste di archiviazione che stanno giungendo su queste denunce si può dire che osano sfidare il ridicolo giuridico, come quella del Procuratore Capo di Campobasso che, dimentico dell’art. 51 cp, si è detto obbligato, nonostante l’art. 3 CEDU, ad eseguire pene anche illegali, difformi dal modello legale, persino tali da integrare eventuali fattispecie di reato come i maltrattamenti, poiché altrimenti dovrebbe rispondere del reato di omissione in atti d’ufficio.

O come quella della Procura di L’Aquila, che chiamata ad indagare ex art. 11 cpp sulla situazione delle carceri marchigiane e delle condotte dei magistrati marchigiani, ha svolto indagini solo sulle condizioni del carcere di L’Aquila (su cui dovrebbe indagare la magistratura Barese) dicendo che lì le condizioni del carcere sono buone.

O come ancora il Procuratore Capo di Torino, solitamente molto attento alla salute delle persone libere, ma che tanto si disinteressa della salute delle persone ristrette, non ha neppure aperto un fascicolo, rubricando la denuncia, contrariamente a quanto fatto da altri suoi colleghi, come denuncia non contenente notizia di reato.

Eppure anche queste iniziative hanno sortito effetti, basti pensare che solo dopo la diffida e secondo le linee indicate in quella diffida, il DAP ha implementato un sistema informatico nazionale in base al quale in tempo reale viene segnalato il superamento dei limiti di capienza da parte dei singoli istituti. Poi, certo, continuano a giocare sui numeri, sui tre metri quadri, facendo finta di non sapere che la sentenza pilota della Corte EDU fa ad essa riferimento solo per definire il limite sotto il quale non occorre approfondire altri parametri trattamentali perché di tortura sicuramente si tratta. Così come, al Dipartimento, continuano a far finta di non sapere che i tre mq “vitali” in cella vanno calcolati sottraendo lo spazio occupato dal mobilio, come ha stabilito la I Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza n.5728/2014.

Certo c’è ancora tantissimo da fare e da lottare, per l’amnistia e l’indulto, per rendere effettivi i rimedi che il Governo ha varato, ma che la magistratura di sorveglianza con una interpretazione bizantina delle nuove norme introdotte dalla legge 117/ del 2014, suggerita dal CSM e prontamente adottata col ciclostile da molti uffici anche sotto la pressione di alcuni direttori di istituti di pena, ha sostanzialmente azzerato, esponendo ancora una volta l’Italia alle censure Europee.

Sul punto dobbiamo ringraziare il Vice-Presidente della Camera Roberto Giachetti (il nostro compagno di lotta, iscritto a pacchetto) che ha depositato, citando le nostre osservazioni, un’interrogazione al Governo, ma certo è che a partire da questa situazione, che corrisponde inevitabilmente ad una tutela non effettiva, cioè distinta e distante da quella voluta dai giudici di Strasburgo, si dovrà ancora ritornare nuovamente davanti alla Corte EDU; intanto il 24 ottobre scorso abbiamo inviato una nota -nella quale documentiamo l’ineffettività della tutela introdotta-al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che – ricordiamolo – ha solo rimandato di un anno la valutazione della situazione Italiana, e sarà sempre bene ricordarlo e ricordarcelo.

L’Italia non è stata affatto promossa per quanto sinora fatto per mettere riparo alle condizioni inumane di detenzione, nonostante in tal modo sia stata fatta passare la notizia dai media sempre più servili verso il Governo di Matteo Renzi.

Nessun giornalista solamente semiserio oserebbe parlare di una promozione qualora uno studente universitario in sede di esame sia invitato dal professore a tornare alla sessione successiva, un atto di benevolenza finalizzato ad evitare una bocciatura formale, ma non certo una promozione. Ed è quel che è accaduto all’Italia: hanno detto “l’Italia ha fatto i compiti, ma non sappiamo quanto questi compiti siano stati fatti bene, sicuramente non sono bastevoli per una promozione, ci si rivede tra un anno”, eppure questa situazione è stata fatta passare dalla Tv e dalla stampa italica come una promozione: un gioco di prestigio in termini di comunicazione finalizzato a far abbassare la guardia e a prendere in giro i detenuti e i cittadini italiani che ancora confidano in uno Stato di diritto.

Da parte nostra, dobbiamo ancor di più essere attrezzati nella nostra lotta per l’affermazione dello Stato di diritto, per l’affermazione di uno Stato che garantisca la espiazione delle sole pene legali, e finalmente si orienti nell’applicazione di quelle pene alternative al carcere che consentono di diminuire in modo drastico la recidiva.

Colpisce come il Ministro della Giustizia Andrea Orlando leghi il provvedimento di amnistia esclusivamente alla situazione carceraria. L’irragionevole durata dei processi e le condanne seriali che riceviamo dall’Europa da decenni per violazione dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo evidentemente non lo preoccupano e occupano. Anche il 2 comma dell’art. 111 della Costituzione, laddove è scritto che “La legge ne assicura la ragionevole durata.”

Ergastolo e 41 bis

Il 23 ottobre scorso, parlando ai delegati dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, Papa Francesco ha tenuto una “lezione magistrale” di respiro universale e di straordinario valore umanistico, politico e giuridico. Francesco ha detto che l’isolamento nelle cosiddette “prigioni di massima sicurezza”, utilizzate in particolare per i terroristi o per i criminali più pericolosi – è evidente il riferimento anche al 41 bis che si applica in Italia –, è “una forma di tortura” (una Tortura Democratica, come dice il titolo del libro di Sergio D’Elia e Maurizio Turco sul 41 bis). Questo perché – scrive Papa Francesco – “la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio”. Il Papa, inoltre, dopo aver osservato che il Vaticano ha recentemente eliminato il carcere a vita dal proprio codice penale, ha definito l’ergastolo “una pena di morte nascosta” che dovrebbe essere abolita insieme alla pena capitale.

Anche perché non è vero che l’ergastolo in Italia di fatto non esiste più. Il “fine pena mai” vige davvero per gli “ergastolani ostativi” – al 22 settembre 2014, dietro le sbarre si contavano 1.576 condannati a vita dei quali ben 1.162 ostativi – che sono esclusi per legge dalle misure alternative e, quindi, anche da quella liberazione condizionale teoricamente possibile agli ergastolani che hanno scontato almeno 26 anni di carcere. Tra gli “ergastolani ostativi” o candidati a esserlo ci sono i circa 700 detenuti sottoposti al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” dal quale si può uscire solo tramite il “pentimento”, una collaborazione con la giustizia considerata autentica solo se a rischio della vita propria e dei propri familiari.

Alle parole del Papa, noi vogliamo corrispondere continuando nella nostra lotta, perfezionando e aggravando la nostra iniziativa, anche a livello giurisdizionale.

In sede nazionale, con Nessuno tocchi Caino, intendiamo ritornare in Corte Costituzionale per sollevare la questione di legittimità della “pena di morte nascosta” qual è l’ergastolo; alla Corte di Strasburgo, per sollevare la questione da due punti di vista: quello della durata della permanenza in condizioni di isolamento (in particolare al 41 bis) legata alla mancata concessione in concreto di benefici previsti dall’ordinamento, ma soprattutto quello che l’isolamento comporta sullo stato di salute fisica e psichica e che Papa Francesco ha ben descritto nel suo intervento. La sindrome da isolamento in attesa di esecuzione è stata ampiamente e scientificamente documentata nel caso dei condannati a morte, vorremmo venisse posta in discussione anche per i condannati fino alla morte.

 

I Dossier presentati al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa

Con il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa abbiamo avuto – possiamo dirlo – una fitta corrispondenza non solo per i dossier depositati per dare il nostro contributo al controllo dell’esecuzione delle sentenze di condanna nei confronti dell’Italia per le condizioni inumane e degradanti nelle carceri o per l’irragionevole durata dei processi, ma anche perché le denunce preparate da Deborah Cianfanelli, da me e da Laura Arconti arrivassero per tempo nelle mani dei membri del Consiglio. Da questo punto di vista ci sono stati dei veri e propri “gialli” – da noi documentati – sulla sparizione dal sito ufficiale del Comitato dei documenti radicali, sparizioni che sono arrivate fino alla cancellazione delle nostre memorie del caso Sulejmanovic (stiamo parlando del 2009) e che sono “ricomparse” solo dopo i nostri comunicati e il documentato carteggio.

L’ultima nota trasmessa a Strasburgo riguarda, ma ne ho già parlato, la truffa dei rimedi e dei risarcimenti (il prezzo della tortura) da corrispondere ai detenuti che subiscono o hanno subito i trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’art. 6 della Convenzione.

Nonostante tutti gli ostacoli, o forse proprio per gli ostacoli che ci stiamo sempre più collettivamente attrezzando a superare in una sorta di corpo a corpo con le burocrazie italiane ed europee, questo anno politico è stato l’anno in cui ciò per cui ci battiamo da anni viene riconosciuto e confermato ai più alti livelli istituzionali e giurisdizionali. Lo abbiamo detto nella lettera di convocazione del Congresso: non era scontato il messaggio solenne del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle Camere così come non erano scontati i successi radicali delle sentenze delle corti di giustizia europee, della Corte Costituzionale, e persino le prese di posizione di Papa Francesco, il quale non solo ha abrogato la pena dell’ergastolo e introdotto nell’ordinamento Vaticano il reato di tortura, ma ha voluto anche incoraggiare, mentre da ogni parte gli si chiedeva di “mollare”, l’azione nonviolenta di Marco Pannella. E’ accaduto anche che una delegazione di esperti dell’ONU sulla detenzione arbitraria che ha visitato le carceri italiane dal 7 al 9 luglio abbia avanzato raccomandazioni e proposte puntuali analoghe a quelle formulate dal Presidente Napolitano nel messaggio alle Camere volte a interrompere lo stato di illegalità in cui versa l’amministrazione della giustizia e la sua appendice carceraria nel nostro Paese, incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, che sono “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”.

È stato l’anno in cui le giurisdizioni hanno emesso sentenze letteralmente rivoluzionarie che hanno recepito diritti umani fondamentali, obiettivi storici delle lotte per il movimento radicale: dall’abrogazione per incostituzionalità delle parti più proibizioniste della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, alla demolizione di molti degli aspetti più odiosamente restrittivi dell’accesso alla procreazione medicalmente assistita ottenuti, questi ultimi, grazie al perseverante impegno di Filomena Gallo e dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca.

E’ stato anche l’anno, ancora una volta, di migliaia di detenuti e loro familiari in sciopero della fame nel lungo Satyagraha “abbiamo contato gli anni, ora contiamo i giorni” che ci ha portato alla scadenza della sentenza Torreggiani; l’anno in cui abbiamo strappato numeri veri al DAP sulle capienze effettive regolamentari dei posti detentivi; l’anno in cui compagni straordinari hanno fatto approvare documenti a sostegno dell’iniziativa radicale sull’amnistia come è accaduto nella regione Abruzzo grazie ad uno sciopero della fame di 46 giorni di Ariberto Grifoni e a Firenze con l’impegno incessante di Maurizio Buzzegoli e dei compagni e delle compagne dell’Associazione Andrea Tamburi.

Anche senza rappresentanti in Parlamento abbiamo continuato a visitare i detenuti; e lo hanno fatto costantemente in tutta Italia i radicali accompagnando deputati e senatori o – grazie al rapporto instaurato con il DAP (tanto litighiamo, quanto ci rispettiamo con il Vice-capo Luigi Pagano) ottenendo l’autorizzazione ad entrare nelle carceri.

Si è poi consolidata un’altra modalità tutta radicale di intervento a difesa dei diritti umani fondamentali e questo lo dobbiamo certissimamente a Filomena Gallo. Ora le Corti internazionali riconoscono il merito, la competenza, il lavoro effettuato dal Partito radicale e dai soggetti costituenti il Partito Radicale: nel 2012 abbiamo visto ammettere dai Giudici della Corte interamericana dei diritti umani l’ Amicus curiae del Partito Radicale e dell’ ALC (Paoletti/Gallo/Sartori)sul procedimento all’ esame della Corte sulla violazione dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta per i cittadini dello stato del Costa Rica a causa della legge che vietava la fecondazione in vitro. Grazie anche al nostro intervento il Costa Rica è stato condannato.

Successivamente la Corte EDU, ha ammesso il Partito Radicale, Radicali Italiani, Non c’è Pace a depositare amicus curiae e ulteriori memorie su due ricorsi che trattano le violazioni della CEDU da parte dell’ Italia per assenza nel nostro ordinamento del reato di tortura. Questo dimostra come il lavoro presso le giurisdizioni effettuato sia da soggetti legittimati ad agire, sia dai soggetti costituenti del Partito e del Partito Radicale stesso, ha contribuito a creare quella giurisprudenza per il rispetto dei diritti umani che impone alla politica una agenda che le impone un cambio di direzione.

Un’altra novità assoluta che dobbiamo all’intuizione di Deborah Cianfanelli è stato il deposito presso la Corte dei Conti dell’esposto elaborato dall’Avv. radicale Deborah Cianfanelli volto ad ottenere l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sul danno erariale arrecato ai cittadini dall’inerzia di uno Stato che da decenni nega loro il diritto ad un sistema giudiziario giusto ed efficiente.

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IL DISSESTO ECONOMICO, AMBIENTALE E IDROGEOLOGICO EFFETTO DELL’ILLEGALITA’ DI REGIME – Il macigno del Debito Pubblico

E’ di queste ore la battaglia nonviolenta di Maurizio Bolognetti che oltre allo sciopero della fame, negli ultimi giorni ha preso la forma più grave dello sciopero della sete. Il Satyagraha, del quale ha preso il testimone Marco Pannella, è stato sospeso il 28 ottobre scorso a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio regionale lucano di una mozione che impegna la Giunta a varare l’anagrafe dei siti da bonificare, e degli impegni comunicati a Maurizio da parte dell’Assessore Aldo Berlinguer.

Anche in questo caso, come in ogni azione nonviolenta, come in ogni Satyagraha radicale, si chiede al “potere” – all’istituzione Regione Basilicata – di rispettare la sua stessa legalità onorando le leggi dello Stato e i suoi propri deliberati.

Assieme alla nonviolenza praticata e non predicata – negli ultimi tempi lo abbiamo scritto spesso nelle nostre mozioni di movimento – la via del ricorso alle giurisdizioni si rivela strumento imprescindibile di lotta per affermare lo Stato di diritto, democratico, federalista in una realtà in cui la degenerazione partitocratica e corporativa ha fatto precipitare l’Italia agli ultimi posti delle classifiche mondiali riguardo all’amministrazione della giustizia, alla libertà di impresa, all’inarrestabile formazione del debito pubblico.

Nel settore del dissesto idrogeologico ed ambientale questa forma di azione politica “radicale” sta sempre più prendendo corpo.

Ricordo il ricorso dell’avv. Niccolò Paoletti sul Rischio Vesuvio (e il prossimo, in via di ultimazione e deposito, sui campi Flegrei) che su spinta di Marco Pannella è stato presentato in marzo da abitanti della “zona rossa” alla Corte EDU per denunciare l’inerzia delle autorità competenti le quali non hanno adottato “le misure, legislative e provvedimentali, adeguate a fronteggiare un evento dannoso che non è incerto se si verificherà ma solo quando si verificherà”, come prevede ormai l’intera comunità scientifica. Non solo. Anche la Corte dei Conti è stata investita della questione con un esposto per “danno erariale” denominato “danno da disservizio” a carico da una parte dei vertici della Protezione Civile, e, dall’altro, dei membri della Commissione istituita in relazione all’emergenza Vesuvio, in primis gli Amministratori locali coinvolti (Comuni, Provincia, Regione), che per oltre venti anni non hanno adottato le misure necessarie a fronteggiare l’emergenza, nonostante le risorse impiegate (sia umane che strumentali).

Così come voglio rammentare il lavoro di Massimiliano Iervolino e Paolo Izzo (RadicaliRoma) sulla procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea nei confronti dell’Italia per l’acqua all’arsenico somministrata ai cittadini dell’alto Lazio.Quanto al dissesto idrogeologico e alle tragiche conseguenze cui siamo costretti ad assistere sempre più spesso (penso a quanto poco tempo sia intercorso dai fatti accaduti nel Gargano che ci hanno portati ad organizzare il Convegno di Foggia a quelli verificatisi a Genova), penso sia profondamente connesso a quell’accanimento delle attività umane sulla natura che molti nostri compagni documentano con costanza e puntualità (libro di Giuseppe Candido).

Il fatto ad esempio che, dalla Basilicata alla costa abruzzese e all’Adriatico, si continui a perseguire e sostenere una pesante politica di estrazione di combustibili fossili significa scegliere di continuare ad incrementare i livelli di anidride carbonica (CO2) in atmosfera che fanno innalzare la temperatura terrestre provocando quelle estremizzazioni climatiche che sempre con maggior frequenza colpiscono il nostro pianeta.

In questo senso, l’illuminante espressione di Marco Pannella, secondo il quale “il dissesto idrogeologico è frutto del dissesto ideologico” ci aiuta a comprendere l’urgenza di una conversione radicale dell’economia in senso ecologico.

La sfida che vedo di fronte è allora quella di definire una serie di strumenti politici che aiutino questa conversione, vale a dire il passaggio da un’economica legata a un’idea di sviluppo insostenibile a una economia in senso ecologico.

Per questo occorre innanzitutto avviare una grande operazione di verità.

Il diritto umano alla conoscenza, per cui noi Radicali stiamo lottando, perché sia codificato nei patti internazionali sui diritti umani, riguarda anche la verità e la trasparenza non solo su quanto accade alle nostre risorse naturali ma anche sul sistema di formazione dei prezzi nel mercato delle materie prime e dei beni di consumo, dai sussidi alle fonti fossili, certo, ma senza tacere quando si esagera sugli incentivi alle rinnovabili, ai costi indiretti dello sfruttamento e dell’utilizzo delle risorse naturali non rinnovabili e delle conseguenze, ad esempio sulla salute, che certe attività provocano.

Sono convinta poi che se il sistema di tassazione spostasse la pressione dagli elementi economici positivi e abbondanti (come il reddito da lavoro) a quelli negativi, perché a forte impatto sui sistemi naturali e ambientali e sempre più scarsi, come le risorse naturali non rinnovabili, allora le forze del mercato, libero ma anche responsabile, abbandonerebbero rapidamente l’uso di petrolio e carbone, perché l’energia eolica, la solare e la geotermia diventerebbero molto più economiche anche in assenza di incentivi.

Pensare ad una conversione in senso ecologico dell’economia significa poi chiedersi se, oggi, un sistema di contabilità, basato solo sugli indicatori del PIL che non tengono conto anche della contabilità ambientale così come della non amministrazione della giustizia sia ancora uno strumento adeguato o non ci stia piuttosto portando dritti alla bancarotta economica ed ecologica.

Per continuare ad occuparci di tutto questo penso a quanto ci possa ancora aiutare la forza visionaria dell’analisi e delle proposte di Aurelio Peccei, economista e manager industriale, partigiano di Giustizia e Libertà e fondatore del Club di Roma, che Pannella propose come Presidente del Consiglio, dopo che nei primi anni 70 il Club di Roma pubblicò il famoso Rapporto su “I limiti dello sviluppo”.

Quel che il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito sta cercando di promuovere da più di vent’anni (con solide radici nel passato) è che nessun fenomeno del nostro tempo può essere più governato con una visione localistica e dunque occorrono istituzioni transnazionali democratiche per affrontare il futuro. Futuro che è destinato a divenire un incubo se si considera quanto straordinariamente spiegato nel documento politico, coordinato dal Prof. Aldo Loris Rossi, che il Partito Radicale ha presentato all’ONU in occasione del World Urban Forum 6 svoltosi a Napoli dall’1 al 7 settembre 2012: “dal dopoguerra – così esordisce e successivamente documenta – la terza rivoluzione industriale fondata sull’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista e spinto impetuosamente verso la globalizzazione, l’economia consumista e le megalopoli, provocando la più grande espansione demografica e urbana della storia”.

Torniamo al Debito pubblico.

Consentitemi ora, di soffermarmi un po’ su una battaglia storica radicale di estrema e vitale attualità.

Nel mese si settembre, Marcello Crivellini, ha consegnato a Marco Pannella che glielo aveva richiesto un documento che considero “straordinario” per la sua radicalità dal titolo “Debito pubblico: da rischio commissariamento del Paese a occasione di crescita e modernizzazione”.

Purtroppo Marcello non potrà essere presente a questo nostro Congresso, ma mi ha autorizzato a diffonderlo come documento congressuale soprattutto della III Commissione.

Nel suo studio, Crivellini, dopo aver dato i numeri essenziali (qualcuno ricorda la bellissima trasmissione mattutina su Radio Radicale “i radicali danno i numeri”?) ripercorre la battaglia politico-istituzionale dei radicali negli anni ’80 e formula una nuova “proposta radicale per il governo del Debito pubblico e del paese” che, ne sono convinta, attualizza in un modo efficacissimo quel che lo Stato avrebbe dovuto fare nei decenni passati se solo i radicali fossero stati ascoltati e non dico dal potere partitocratico ma dai cittadini ai quali era ed è negato il diritto alla conoscenza.

Il deputato radicale degli anni ’80 descrive la battaglia di allora e questo aiuta me nella relazione; perché vorrei far comprendere ai tanti che non l’hanno ancora capito che senza democrazia e stato di diritto sono i popoli ad essere destinati a soccombere. E l’Italia tutta

 

Marcello Crivellini: “E’ stata una lunga battaglia politica e istituzionale, ma anche culturale: contro la cultura del sistema dei partiti (di maggioranza e di opposizione) di sottovalutazione e di rinvio dei problemi del paese nei principali settori economici e sociali.

Una battaglia essenzialmente di verità: fermare ed invertire la corsa al Debito significava infatti rendere noto il peso che comode politiche corporative e le non scelte avrebbero scaricato sulle generazioni future e sul paese.

La battaglia radicale degli anni ’80 sul Debito pubblico è stata peraltro la sintesi delle molte altre iniziative specifiche radicali per ammodernare il paese e renderlo autenticamente democratico, oltre che competitivo.

Abrogare il finanziamento pubblico dei partiti, una decente legislazione sui sindacati (i loro bilanci, il sistema di finanziamento, il loro potere di veto..) che li riportasse da opachi enti parastatali alla loro funzione originaria, trasformazione del mercato del lavoro (abrogazione art. 18, abbandono della Cassa integrazioni per i “protetti” in favore di indennità di disoccupazione per tutti,..), riforma della giustizia (separazione delle carriere, non obbligatorietà dell’azione penale, CSM, responsabilità civile dei magistrati,..) per una “giustizia giusta”, abolizione del valore legale del titolo di studio per una scuola basata sul merito, riforma del sistema pensionistico con separazione netta tra assistenza e previdenza, dimagrimento dello Stato con privatizzazioni delle miriadi di partecipazioni e di enti (RAI e tutti gli altri), diversa politica europea per gli Stati Uniti d’Europa, nuovo sistema elettorale uninominale,….. : tutte queste proposte (e altre ancora) furono oggetto di iniziative politiche e referendarie 20 o 30 anni prima che, dopo averle duramente boicottate, se ne scoprisse l’attualità e l’urgenza economica, sociale e istituzionale.

Il divario di modernità dell’Italia attuale trae origine proprio dall’emarginazione (spesso illegale perché contro risultati referendari) delle proposte radicali di allora, avviando il paese al declino economico e politico.

La singolarità della proposta di Marcello Crivellini è quella di concentrare in 3 – 4 anni le riforme rinviate da 30-40 anni senza aumentare la pressione fiscale o minare l’economia corrente guadagnando il tempo necessario con interventi strutturali capaci di fermare il Debito al valore assoluto attuale attraverso l’alienazione di tutte le partecipazioni dello Stato ad aziende ed enti economici e attraverso la vendita del patrimonio immobiliare statale più facilmente appetibili dal mercato.

Il mio pensiero a questo punto va a tutte le volte in cui Marco Pannella ha dovuto confrontarsi con noi “chiunque” che ci mettevamo un bel po’ di tempo prima di comprendere che i pacchetti di referendum erano un programma di governo del Paese e che il sistema (partitocratico, consociativo) avrebbe potuto subire il colpo decisivo solo se quelle riforme fossero passate, attraverso il voto popolare, tutte insieme. Ricordo quando nel 1997 depositammo in tutte le segreterie comunali ben 35 quesiti referendari. C’era tutto: riforma della Giustizia, riforma elettorale in senso uninominale di Camera e Senato, riforma dei patronati e dei sindacati, pensioni di anzianità, riforma del lavoro, abolizione degli ordini professionali e dei finanziamenti pubblici dei partiti; riforma della sanità, diritti civili, liberalizzazioni. Quell’esercizio democratico, ci portò poi ad elaborare il pacchetto dei referendum del 1999/2000. Renzi aveva 22 anni e probabilmente avrebbe avuto un altro destino – lui e il Paese – se la democrazia reale italiana non avesse usato le sue armi più potenti e micidiali contro il suo popolo.

Certo, oggi il dato di regime è strutturale e Renzi, senza troppe colpe, ne è il prodotto. Dopo sessant’anni un sistema di comportamenti reiterati e trasmessi per un tempo così lungo nei confronti del popolo italiano – l’ho scritto nella lettera di convocazione – è difficile da mutare a meno che non si operi un salto di qualità nella nostra lotta politica, nella nostra consapevolezza e intenzionalità, nell’esercizio e nella disciplina di analisi, idee e obiettivi a cui si dà corpo e che abbiano la forza della durata e della durezza delle cose che si fanno, le quali – ne sono convinta – durano solo se sono dure.

Questa è la scelta che dovrà fare il Congresso e farò il possibile perché la compia.

Gira voce che si voglia far fuori l’”autocrate” e chi come me gli è vicino cercando di corrispondere al suo – nostro di radicali – progetto di una vita; alla sua capacità di pre-visione e visione; alla sua continua ricerca di concepire il nuovo possibile facendo tesoro di tutto, ma proprio di tutto e di tutti. Una cosa è certa: Pannella non si potrà mai dimettere da se stesso, non lo ha mai fatto e non lo farà. Continuerà ad essere Pannella cioè ad essere speranza anziché averla.

Seppure un po’ stanca mi sento interiormente molto serena e, mi fa piacere dirlo, anche felice.

Buon congresso, compagne e compagni!