RE GIORGIO E LA GIUSTIZIA

RE GIORGIO E LA GIUSTIZIA 23 aprile 2013

Il problema della giustizia (e della sua ignobile appendice carceraria) è completamente cancellato dall’agenda politica italiana quasi fosse uno “sfizio” del solo Marco Pannella giunto mentre scrivo all’ottantunesima ora di sciopero totale della fame e della sete <per l’uscita immediata dell’Italia dalla mostruosa, trentennale FLAGRANZA CRIMINALE contro la Costituzione, i Diritti Umani e lo Stato di Diritto, contro la Giurisdizione (europea e italiana) della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ci imputa persistenti negazioni strutturali di Stato, di “Diritti Umani”>

Il Re-insediato presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel suo discorso al Parlamento, la parola “giustizia” non l’ha proprio pronunciata, non essendo più per lui, con ogni evidenza, un’emergenza da affrontare, così come la questione del carcere che solo 21 mesi fa costituiva “una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo”.

Tutto si tiene. Anche l’attuale ricorso del Governo contro la sentenza dell’8 gennaio scorso della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha condannato l’Italia a risarcire 7 detenuti (tre dei quali difesi da avvocati radicali) per trattamenti disumani e degradanti e a rimuovere – entro un anno –le cause strutturali che determinano questa mortificazione della dignità umana dei reclusi nelle nostre carceri. Il motivo del ricorso contro la sentenza della Corte di Strasburgo? Semplice, il Governo italiano vuole meglio comprendere cosa deve fare, chiede più tempo, rinvia, fa ripartire i termini: cosa volete che conti il fatto che mentre scorre il tempo questo, il tempo, sia scandito dalle morti per suicidio della comunità penitenziaria o dalle morti per mancanza di cure o dagli atti di autolesionismo o dall’abbrutimento della vita in cella senza alcuna attività lavorativa, scolastica o, in generale, “trattamentale”?

Anche l’irragionevole durata dei processi per la quale l’Italia è costantemente – e da trent’anni!” – Condannata, non fa più parte nemmeno dei “crucci” del Presidente che, invece, nel suo precedente insediamento (15 maggio 2006) aveva ALMENO detto “sono purtroppo rimaste critiche le condizioni dell’amministrazione della giustizia, soprattutto sotto il profilo della durata del processo”. Eppure 21 mesi fa era ben più di un cruccio quello del Presidente quando alla Sala Zuccari del Senato arrivò a parlare di “un punto critico insostenibile” quello “della giustizia ritardata e negata”.

Nel deserto morale, civile e umano del manifestarsi della “politica” del pREsidente, si intravede solo l’oasi della sete di Marco Pannella.