PARLARE CON LE MANI. CON RITA BERNARDINI DA VIBO A BRINDISI

PARLARE CON LE MANI. CON RITA BERNARDINI DA VIBO A BRINDISI 13 marzo 2013

Di Maurizio Bolognetti – La legislatura è finita e i deputati radicali hanno speso gli ultimi giorni di carica per visitare le infami carceri del Bel Paese.

Accompagnare Rita Bernardini nelle sue visite alle patrie galere è un’ esperienza sempre uguale e sempre diversa. Sempre uguale, perché immutata è la passione, l’impegno, la dedizione, l’attenzione che Rita riversa in queste visite, che hanno caratterizzato una parte importante della sua attività parlamentare e che si sono tradotte in un’infinità di atti di sindacato ispettivo. Sempre diversa, perché diverse sono le persone che incontriamo, l’umanità dolente che vive e lavora in carceri infami, assurte – per dirla con Marco Pannella – a luoghi di tortura senza torturatori.

Il tour nelle carceri calabresi è preceduto da un viaggio sulla Salerno-Reggio Calabria in direzione Vibo Valentia, che sembra voler preannunciare quello che troveremo negli istituti. Ci sono tratti della SA-RC dove ti viene da pensare che lo Stato non c’è, che ti ricordano la martoriata Beirut degli anni ’70. Tratti dimenticati e costati chissà quanti milioni di euro a km; un percorso ad ostacoli, la metafora di uno Stato incapace di far rispettare leggi-regole, incapace di rispettare la sua propria legalità.

Sì, la Salerno-Reggio – oltrepassate le colonne d’ercole di Lauria Nord – è un po’ metafora di carceri dove l’art 27 della Costituzione diventa carta straccia e dove ogni santo giorno viene violato l’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Succede a Vibo, succede a Palmi, succede a Reggio Calabria. Lo affermiamo senza mai dimenticare che a soffrire di questo stato di cose è un’intera comunità penitenziaria. Detenuti e agenti, direttori e operatori, abbandonati da “Cesare”. Luoghi di tortura senza torturatori, appunto.

Entriamo a Vibo intorno alle 18.00. Ad attenderci i compagni calabresi. Come sempre si parte da un colloquio preliminare con il direttore e come sempre, o quasi, apprendiamo che le presenze vanno ben oltre la capienza regolamentare. La pianta organica degli agenti, manco a dirlo, è carente. Iniziato il giro delle celle veniamo a conoscenza della carenza di gasolio e acqua calda. Nella cella n°20 troviamo due detenuti ultra ottantenni; nella cella n°14, tre detenuti in attesa di giudizio lamentano problemi con l’infermeria; nella cella n°12, G.M. ci racconta di aver girato 12 carceri in nove anni e otto mesi. Nella cella n°11, un lampo di luce: A.G. si è diplomato in carcere e ha scritto una sceneggiatura teatrale, “L’altra libertà”. Il direttore ci racconta con una punta d’orgoglio del laboratorio di teatro-terapia. Nella cella n°7 ci dicono che fa freddo e lamentano problemi con i termosifoni, poi parlano della Corte di Straburgo e affermano che “funziona bene”. Sula porta della cella n° 5 colpisce il fatto che sia stato affisso il “Veni creator spirutus”, a fare da contraltare la scritta all’interno della cella che ricorda il compianto cantautore calabrese Rino Gaetano: “Ma il cielo è sempre più blu”.

Sono le ore 22.00 e la visita volge a conclusione. Rita riceve un dettagliato report sulla situazione del carcere. Come sempre si esce con la certezza che il carcere, nonostante la buona volontà di chi ci opera, sia tutt’altro che un luogo di recupero.

Giovedì 7 marzo: da Vibo ci spostiamo in direzione Palmi. A farci compagnia l’accattivante voce del navigatore satellitare installato sull’automobile di Giuseppe Candido. Si va a Palmi, un carcere aperto nel 1979 su input del generale Dalla Chiesa. Al posto di guardia, tra il serio e il faceto, ci chiedono di depositare le armi. Anche qui solito cahier de doleance, tra sovraffollamento e carenza di agenti. Il direttore tiene a sottolineare l’impressionante quantità di traduzioni e dice: “questo è un istituto che quando si sveglia, si muove verso le aule di giustizia”. Il 60% dei detenuti è presente a Palmi “solo per esigenze di giustizia”, ma sono assegnati altrove. Lo stesso direttore sottolinea che a volte le udienze saltano per l’impossibilità di tradurre i detenuti. Inevitabilmente viene da pensare: ecco un altro esempio di pessima amministrazione della giustizia. Il colloquio con la direzione procede spedito e cordiale ed emerge che occorrerebbe un investimento per portare le docce in cella. Arrivati alla voce “Sanità penitenziaria”, il dito affonda in una ferita non sanata. Non può essere che così, considerando la situazione del servizio sanitario nella Calabria del “Caso Fortugno”. Il direttore racconta di un corto circuito verificatosi nel 2009. L’incidente, sottolinea, mandò k.o. l’ecografo, il gabinetto odontoiatrico e le apparecchiature radiologiche. Con sconcerto apprendiamo che solo nel luglio del 2012 è stato ripristinato il laboratorio odontoiatrico. L’intera vicenda è finita all’attenzione della Procura della Repubblica con un esposto firmato dallo stesso direttore. Dopo aver ascoltato con attenzione, Rita cita il caso di una sala operatoria di Regina Coeli mai entrata in funzione e costata un milione e 600mila euro. Insomma, la sanità a Palmi, oltre al sovraffollamento e alla carenza d’organico, è sicuramente un “nervo scoperto”.

E tanto è critica la situazione dell’istituto che il direttore sottolinea che in almeno una occasione non ha avuto “la possibilità di alloggiare nuovi giunti”. A proposito di carenze d’organico, vien fuori che nonostante i minacciosi cartelli posti all’esterno, i cinque posti di guardia(le garitte) restano regolarmente scoperti.

Il colloquio prosegue e Rita ricorda ai presenti la vicenda della “scadenza dei materassi”, problema risolto eliminando la data di scadenza degli stessi. Ascolto e chissà perché penso a quel Ministro della Sanità che voleva risolvere il problema dell’atrazina nelle acque innalzandone i limiti di tolleranza.

Il colloquio, lungo e cordiale, con il disponibilissimo direttore termina e noi ci avviamo a visitare le celle, o meglio i “camerotti” e i famigerati “cubicoli”. Mentre camminiamo mi colpisce il commento di un agente: “Se loro stanno male, noi non stiamo bene”. Incrociamo il carrello del vitto e l’odore non è dei migliori. In compenso, in qualche cella si lamentano per i prezzi del sopravitto. Passando davanti alla Cappella notiamo, invece, che il concetto di “barriera architettonica” non è stato ancora recepito. Tra un acronimo e l’altro, registriamo che mentre la sala colloqui MS(media sicurezza) è a norma, non si può dire altrettanto per la sala AS(Alta sicurezza). L’area verde, pur essendo presente, non viene utilizzata per problemi organizzativi. Arriviamo ai “camerotti” 1-6 e un detenuto, S.M., ci mostra la ricevuta del ricorso inviato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel “camerotto” n°6, su sette detenuti presenti sono ben cinque quelli che hanno fatto ricorso lamentando trattamenti inumani e degradanti. D.S. mi guarda e mi dice: “occorrerebbe un’ iniziativa nonviolenta di massa”. Avviandoci all’uscita viene in mente un commento del comandate: “Per noi la capienza regolamentare è utopia”.

Si parte da Palmi in direzione della Casa Circondariale di Reggio Calabria, un convento trasformato in carcere nel ventennio. Manco a dirlo, anche a Reggio solito refrain: sovraffollamento e carenza d’organico. Il comandate chiosa: “Quello della capienza tollerabile è un concetto evanescente”.

Apprendiamo di un laboratorio marmi mai entrato in funzione e realizzato con i fondi della cassa delle ammende. Iniziamo il nostro giro e l’impatto non è dei migliori. In una cella, che potrebbe ospitare al massimo due persone, sono stipati in cinque. Nella cella n°3 troviamo un detenuto, A.A., che ha scritto la sceneggiatura per un cortometraggio. Nella cella n°2, quattro letti a castello e si lamentano problemi con le telefonate e le troppe ore trascorse in cella. Un detenuto olandese ci mostra un articolo firmato da Valentina Ascione e pubblicato su “Gli altri”. Lo tira fuori come una reliquia dal cellophane. Ricorda che due anni prima aveva mangiato una fetta di panettone in compagnia di Marco Pannella in un carcere romano, la notte di capodanno.

La visita prosegue e arriviamo al reparto psichiatrico. L’incontro con B.S. è devastante. Esco pensando che tutto il dolore del mondo si sia concentrato in una piccola cella del profondo sud di questo nostro Bel Paese. Le ore passano; Rita visita le celle, si ferma a parlare a lungo con i detenuti, prende nota, invita a scrivere, informa sulla recente sentenza di Strasburgo.

Arrivati alla sezione femminile la situazione non cambia, anzi peggiora. In una delle celle una detenuta paragona la magistratura di sorveglianza alla Gestapo. Nessuno, e sottolineo nessuno, dice aver visto o sentito anche una sola volta il Garante per i diritti dei detenuti, che pure a Reggio c’è.

Le celle sono stie e il cortile, destinato alla cosiddetta ora d’aria, una gabbia. Ad A. P. non hanno concesso il permesso per andare ai funerali del fratello e nemmeno un permesso per portare un fiore sulla tomba.

Siviglia non c’è, il garante non c’è. E non è l’unico “Garante” ad essere assente.

La visita termina e a Giuseppe Candido toccherà l’incombenza di inviare un bel po’ di documenti per consentire i ricorsi alla CEDU.

E’ sera, e dopo due giorni e le ore trascorse tra Vibo, Palmi e Reggio, poter guardare il cielo e respirare l’aria, che ci porta l’odore del mare e dello stretto, è terapeutico. Il tour con Rita riprenderà la mattina dopo in direzione Salerno, per poi concludersi a Brindisi. Ed è proprio a Salerno, nel corso della manifestazione fuori ad un tribunale di sorveglianza definito “un plotone d’esecuzione”, che mi accorgo che le mani di Rita parlano e accompagnano la denuncia, la rafforzano. Sono le mani e la voce di chi non si è mai stancato ed ha onorato il suo ruolo di parlamentare di una Repubblica che non c’è, rappresentata da un Presidente “arbitro”, che non è stato garante del diritto, dei diritti, della Costituzione.

Il giorno dopo a Brindisi mi appunto una frase di Marco Pannella: “Non mi intendo di comunicazione; di solito quelli che se ne intendono non comunicano niente”. Ci siamo ancora – nonostante tutto – e ricordando Ernesto Rossi proveremo a “Non Mollare”, ristretti come siamo nella galera/confino di questo sessantennio, degno erede del ventennio fascista. Le liste AGL, i contenuti delle liste AGL, le liste e i contenuti negati, quelli che non abbiamo potuto comunicare e far conoscere, ripartono da Brindisi. Noi antitotalitari abbiamo da onorare una lotta, vogliamo legalizzare questo Paese, vogliamo interrompere la flagranza di reato contro i diritti umani e la Costituzione. Alle anime belle diciamo che questa amministrazione della giustizia ci disonora di fronte all’Europa e che il carcere ne è il putrido percolato. Viviamo nella consapevolezza che in questo Paese, che non riesce a battere la via delle riforme, toccherà anche attivarsi per salvare qualche gerarca di regime dalla sua “Piazzale Loreto”.

fonte: Notizie Radicali