ORDINE DEL GIORNO: DIVORZIO BREVE

14 dicembre 2011

A.C. 4829

ORDINE DEL GIORNO

La Camera,

in sede di conversione in legge del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici;

premesso che:

il rapporto sullo stato dei sistemi giudiziari redatto dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej), divulgato l’8 ottobre 2008, contenente informazioni relative all’anno 2006 sullo stato della giustizia in 45 Stati su 47 membri del Consiglio d’Europa, ha assegnato all’Italia la “maglia nera” in tema di durata dei procedimenti di divorzio: nel nostro Paese, infatti, vigono i tempi più lunghi nelle procedure in primo grado, con ben 634 giorni di attesa per giungere alla pronuncia di scioglimento del vincolo coniugale, segue la Francia con 477, il Portogallo con 325 e la Germania con 321 giorni;

il Cepej ha dunque chiesto al nostro Paese di mettere urgentemente in campo misure specifiche per tagliare i tempi dei procedimenti di separazione e divorzio al fine di aumentare la competitività e l’efficienza del nostro sistema giudiziario anche in questo delicato settore della giustizia civile;

a differenza di quanto stabilito nel resto dei 47 paesi membri del Consiglio d’Europa, in Italia infatti il procedimento che conduce allo scioglimento definitivo del vincolo matrimoniale avviene in due fasi e prevede prima la separazione legale e solo successivamente il divorzio, con un tempo di attesa minimo tra i due provvedimenti, inizialmente fissato a 5 anni e, a partire dal 1987, ridotto a 3;

come documentato da uno studio ISTAT sull’evoluzione del fenomeno della separazione e del divorzio nel nostro Paese, l’attuale disciplina della separazione legale serve soltanto a prolungare il contenzioso tra i coniugi, ritardando la possibilità per la coppia di riorganizzare in modo stabile la propria vita, posto che la cosiddetta “pausa di riflessione” (periodo triennale di separazione) non serve né a far rimettere insieme i coniugi, né a impedire che si formino altre famiglie, contribuendo solo a lasciare a lungo in un limbo non adeguatamente regolato e protetto sia i vecchi che i nuovi rapporti;

l’attuale normativa sullo scioglimento del vincolo coniugale, prevedendo il necessario passaggio attraverso una pronuncia giudiziale di separazione prima di ottenere il divorzio, finisce per avere dei riflessi non irrilevanti sull’efficacia e la competitività dell’intero nostro sistema giudiziario se è vero, come è vero, che una buona percentuale dei circa cinque milioni e quattrocentomila procedimenti civili pendenti in Italia (cosiddetto “arretrato pendente”), è rappresentata proprio da cause di separazione, consensuale e/o giudiziale, iscritte a ruolo;

in particolare, da una indagine sul costo economico e sociale dei divorzi, della separazione e della volontaria giurisdizione, condotta in data 27 febbraio 2009 dall’istituto Eurispes, emerge che: a) la domanda di giustizia civile in materia di separazioni, consensuali e giudiziali, espressa in termini di numero di procedimenti civili iscritti presso il Tribunale Ordinario e la Corte di Appello, ha registrato, tra il 2001 e il 2007, un andamento disomogeneo, pur mantenendosi costantemente al di sopra dei 100.000 provvedimenti l’anno; b) le separazioni consensuali rappresentano, mediamente, il 68% del totale dei procedimenti iscritti presso il Tribunale Ordinario, contro il 32% delle separazioni giudiziali. Il loro numero si è mantenuto pressoché costante, con valori compresi tra un minimo di 73.300 iscrizioni (2006) e un massimo di 77.700 (2004). Nell’ultimo biennio, l’aumento è stato del 4,2% (da 73.300 a 76.400 procedimenti). Nello stesso periodo, il numero medio di procedimenti di separazione giudiziale iscritti annualmente presso il Tribunale Ordinario è stato di 35.700, con un incremento del 10,4% nell’ultimo biennio (da 32.900 a 36.300 procedimenti); c) le separazioni consensuali rappresentano, mediamente, il 70% del totale dei procedimenti definiti presso il Tribunale Ordinario, contro il 30% delle separazioni giudiziali. Il loro numero si è mantenuto pressoché costante, con valori compresi tra un minimo di 74.700 procedimenti definiti (2006) e un massimo di 77.300 (2003). Nello stesso periodo, il numero medio di procedimenti di separazione giudiziale definiti annualmente presso il Tribunale Ordinario, è stato di 33.300, con un incremento del 2,8% nell’ultimo biennio (da 32.700 a 33.700 procedimenti);

sempre sulla base della citata indagine Eurispes, è possibile stimare il costo affrontato dallo Stato per i procedimenti di separazione, sia consensuale che giudiziale, in circa 89 milioni di euro per il solo 2006 (considerando un costo per procedimento di 815 euro e 109.192 procedimenti esauriti);

in Europa, soltanto in Italia, Polonia, Malta ed Irlanda del Nord esiste ancora l’istituto giuridico della separazione legale. Le insopportabili attese per ottenere lo scioglimento del vincolo coniugale in Italia hanno costretto negli ultimi cinque anni 8.000 coppie italiane a ricorrere all’escamotage di trasferire la residenza all’estero per ottenere un divorzio immediato in Paesi quali la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e, soprattutto, la Romania;

sono questi i dati su cui dovrebbe riflettere, fuori di ideologia, chi si oppone alla drastica riduzione dei tempi di attesa per chi vuole ottenere il divorzio;

sottolineato che da questo punto di vista, sulla base dei principi della Costituzione, l’ordinamento italiano potrebbe facilmente porre in essere soluzioni accettabili anche sul piano europeo trovando un punto di equilibrio tra le esigenze della persona, ed in particolare dei figli, ed il rispetto dell’autonomia e delle scelte dell’individuo;

impegna il Governo

ad adottare ogni utile iniziativa normativa volta alla abrogazione dal nostro ordinamento giuridico dell’istituto della separazione legale o, comunque, alla introduzione di procedure semplificate, meno costose e di durata più breve in materia di scioglimento del vincolo coniugale, così come indicato dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (Cepej) nel rapporto divulgato in data 8 ottobre 2008, ciò al fine di agevolare nella forma e nei tempi, perlomeno in alcuni casi, cioè in assenza dei figli, le unioni matrimoniali fallite.