LETTERA DI UNA RAGAZZA DETENUTA NEL CARCERE DI PERUGIA, RICEVUTA DOPO LA MIA VISITA ISPETTIVA DELL’11 MARZO 2011

26 marzo 2011

E’ una lettera che dice tante cose. Innanzitutto che una condanna che arriva dopo tanti anni (15!) è semplicemente assurda. Questa ragazza si era riscattata e reinserita con la sua forza di volontà.

Ciò che mi rammarica più di ogni cosa è che avendo un reato ostativo, non potrò fare niente per lei. Se non scriverle la verità e far conoscere, per quanto posso, la sua storia.

“Dolcissima Rita sono (……..). Ci siamo conosciute nel carcere Capanne di Perugia dove sono ristretta, venerdì 11 marzo 2011. Sei entrata nella mia cella come un angelo. Ti ringrazio per essere venuta a parlare con me. Ringrazio Dio per averti mandato proprio da me. Voglio raccontarti la mia vita, la mia storia.

Sono figlia di un ex minatore che per fame negli anni 60 dalla Puglia è partito in Belgio per lavorare nelle miniere di carbone ad una profondità di mille metri. 8 ore al giorno, per ben 20 anni. Il 28 febbraio 2010 è deceduto per un tumore al polmone causato dalla silicosi, la malattia dei minatori.

La mia mamma, una donna speciale, che oltre ad accudire e crescere con immenso amore 3 figli, ha trascorso la sua vita con gli anziani, facendo loro tanta compagnia. Da anni ormai, dopo essere stata colpita da una brutta ischemia, si ritrova lei ad avere bisogno di essere accudita. Mi hanno trasmesso i valori della vita, l’educazione, la dedizione al lavoro; il rispetto per gli altri, verso il prossimo.

Mi sono affacciata alla vita forte dei loro insegnamenti. Ho vissuto l’adolescenza e gran parte della giovinezza serenamente, studiando prima, lavorando poi. E, come tutte le ragazze normali, andando in discoteca con le amiche, frequentando ragazzi, coltivando quella che da sempre è la mia più grande passione che da molti anni seguo regolarmente andando allo stadio, “la Roma”. Tutto questo sempre nel rispetto delle regole. Purtroppo non mi è bastato a farmi stare lontana dai guai.

16 anni fa ho conosciuto un ragazzo di cui mi sono subito invaghita e quando mi ha proposto di tenergli il fumo in un posto sicuro non gli ho saputo dire di no. Il tutto è durato non più di un mese. Il 29 giugno 1995 vengo arrestata con un’accusa pesantissima: associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

Dopo tre mesi riesco a tornare libera. Rinviata comunque a giudizio ma a piede libero. Pentita per quello che avevo fatto, incazzata per come mi ero fatta raggirare, provata per quello che avevo vissuto, dopo aver chiesto perdono ai miei genitori giurandogli che non avrei più dato loro un dolore del genere. Mi sono rimboccata le maniche e ho ripreso in mano la mia vita stando molto più attenta ai fidanzati, vivendo comunque in attesa del processo che vuoi o non vuoi ha condizionato molte scelte importanti per un futuro migliore. Una su tutte, un’attività in proprio. In tutti questi anni ho sempre lavorato.

La sentenza di primo grado arriva nel 1999 con una condanna a 8 anni di reclusione, confermata in appello nel 2004 e l’inammissibilità del ricorso in Cassazione nel 2009, non venendone neanche a conoscenza in quanto notificata al vecchio indirizzo.

Il 6 agosto del 2010 mi vengono ad arrestare con una pena definitiva di 7 anni 8 mesi e 14 giorni.

Oggi mi ritrovo rinchiusa in una cella con tutta la mia disperazione non avendo, non trovando una via d’uscita essendo il mio un reato ostativo. C’è un detto secondo il quale “le disgrazie non vengono mai sole”. Il 15 ottobre 2010, giorno del compleanno del mio papà, mi viene comunicato l’improvviso decesso di mio fratello per una broncopolmonite! Oltre al dispiacere per la sua perdita, la mia preoccupazione è andata per la mia mamma. Una famiglia distrutta, cancellata nel giro di un anno.

Come farà questa donna speciale di 79 anni a sopravvivere con il marito e il figlio al cimitero e una figlia in galera?

L’altro mio fratello, l’unico rimasto, nonostante il lavoro impegnativo che ha e le attenzioni che richiedono due bambine ancora piccole, trova il tempo ogni tanto di andarle a fare visita, anche se lei ha bisogno di tutt’altro. Ha bisogno di essere accudita nel vero senso della parola, come solo una figlia femmina può fare. Ho sbagliato ed è giusto che paghi, nonostante ritenga la mia pena eccessiva.

Quello che non accetto e che mi devasta l’esistenza è essere stata sbattuta in galera dopo 15 anni! Mi sono reinserita da sola con 15 anni di buona condotta, lavorando, accudendo due genitori malati, comportandomi ineccepibilmente. La preoccupazione per la mia mamma mi impedisce di stare serena, per quanto sia possibile essere serena in un contesto come quello carcerario.

Come uscirò nel 2018? Ma soprattutto a casa troverò ancora la mia mamma ad aspettarmi o dovrò andare a trovare anche lei al cimitero? Ho presentato istanza per la concessione dei tre anni di indulto del 2006… alleggerirebbero e non di poco la mia condanna. Proverò poi a chiedere la detenzione domiciliare speciale per poter accudire la mia mamma. Se così non dovesse essere, nulla ha più senso.

Ogni giorno mi domando a cosa è servito tutto ciò che di buono ho costruito in questi anni se viene spazzato via da una legge sbagliata?

Cara Rita, con il cuore in mano t’imploro di non abbandonarmi. Di non rendere vano il nostro incontro ma di prendermi a cuore aiutandomi a tornare quanto prima a casa.

Con immensa stima

Perugia, 20 marzo 2011