LA TRAGEDIA DI VINCENZO, IL DOLORE DI UNA MADRE

14 luglio 2012

Vincenzo Boscarino è morto lo scorso 11 luglio, a causa di un linfoma non Hodgkin di cui in carcere non si sono accorti in tempo. E’ morto in ospedale, assistito dalla madre, da uomo libero perché la pena per cui era recluso nel carcere di Padova gli era stata sospesa per il male.

Vincenzo ancora non ha avuto un degno funerale perché nessuno vuole pagare le pompe funebri, né il comune di Padova dove si trova il carcere, né il carcere stesso, né il comune di provenienza dove non risulta più iscritto. Rimane lì in obitorio in attesa che si decidano. Esisteva solo per stare in galera.

Riporto qui il ricordo di Elton Kalica della Redazione di Ristretti che conosceva Vincenzo.

“È morto Vincenzo Boscarino. Aveva quarantaquattro anni, e di fronte a una simile tragedia, in galera si usa dire “povera sua madre”. È un detto antico, che però esprime in modo perfetto il pensiero di chi ha sperimentato l’amore incondizionato di una madre verso il proprio figlio, e la capacità di resistere ai peggiori drammi della vita: e la madre di Vincenzo oggi dovrà resistere ad una tragedia, una nuova sfida, nuovo dolore.

Ho conosciuto Vincenzo circa quattro anni fa, quando entrò nella redazione di Ristretti. Non parlava tanto di sé, ma mi raccontò un po’ dei suoi trascorsi: figlio di immigrati siciliani, era cresciuto nella periferia di Milano guardando la ricchezza degli altri, finché non aveva deciso di prendersene un po’ anche lui, illegalmente. Poi le condanne, lunghe per la recidiva, e così il destino alla fine aveva portato lui, vagante da una galera all’altra per il sovraffollamento, in carcere a Padova.

La madre di Vincenzo vive a Milano, ma conosce a memoria i treni, gli autobus e le strade che la portavano a vedere per un’ora il suo unico figlio a colloquio. Forse, durante gli ultimi colloqui si era accorta che Vincenzo dimagriva, forse si era preoccupata in silenzio – si sa come si annoiano i figli delle preoccupazioni delle madri – e non aveva avuto il coraggio di pensare alla malattia; alla fine, in quell’ora di colloquio, si finisce sempre per parlare di un futuro migliore, sognando il giorno in cui ci si potrà abbracciare fuori, in libertà.

Vincenzo però si era accorto del suo anomalo e progressivo dimagrire, e si era anche rivolto ai medici del carcere lamentando forti dolori allo stomaco e non solo. Ci eravamo accorti anche noi che qualcosa non andava: una volta a settimana si andava al campo e Vincenzo giocava a pallone sempre, ma poi, tutto d’un tratto, non veniva più. “Ma come sei magro”, gli dicevano anche i volontari in redazione. “Mi curano per una infezione allo stomaco”, raccontava Vincenzo, “sto prendendo dei gastroprotettori”. Solo che i mesi passavano e Vincenzo aveva continuamente febbre e alla fine molte ghiandole si erano gonfiate grosse come delle noci. Altre visite mediche in carcere, altri farmaci, mentre Vincenzo peggiorava: aveva ormai un colorito di un pallore anormale e gli occhi sempre più scavati.

Alla fine la diagnosi è arrivata. Scortato in ospedale, è bastata una visita per scoprire che quei grappoli di linfonodi gonfi erano l’effetto dall’attività micidiale di una forma tumorale che si chiama linfoma non Hodgkin.

A quel punto i medici dell’ospedale lo hanno ricoverato d’urgenza. In corridoio, i primi giorni era sempre sorvegliato da agenti. La madre l’ha raggiunto immediatamente all’ospedale, piangeva, pregava in corridoio aspettando l’orario per abbracciarlo, per toccarlo. Dopo alcuni giorni il magistrato ha ordinato la sospensione della pena, così Vincenzo è tornato ad essere un uomo libero e poteva ricevere visite. Sua madre non si separava più da lui, l’accarezzava, nonostante l’insofferenza del figlio a tanta tenerezza, lo baciava, lo guardava dormire, e poi dormiva anche lei, ai suoi piedi.

Dopo pochi giorni sono venuti i parenti, silenziosi e gentili, gli hanno fatto capire che non era solo. Che potevano essere più uniti ora, senza le mura del carcere di mezzo. Però Vincenzo stava male. La pelle si era colorita di un giallo che spaventava. I dottori dicevano che era arrivato in ospedale troppo tardi, ma nessuno voleva crederci. Quando qualcuno gli chiedeva come stava, diceva “adesso sto meglio” e i suoi occhi cercavano sempre di trasmettere tranquillità al visitatore. Tuttavia, riusciva difficile a chiunque essere tranquilli, e immancabilmente ci si domandava come mai i medici non gli avevano fatto fare degli esami prima, molto prima.

Dopo qualche giorno ha iniziato il trattamento con la chemioterapia, che all’inizio ha dato dei risultati buoni. I linfonodi si sono sgonfiati e per Vincenzo le settimane passavano aspettando il prossimo ciclo di cure. Ogni tanto si alzava lentamente e guardava allo specchio i rilievi scolpiti sul proprio corpo ossuto, e probabilmente sentiva muovere nello stomaco un sentimento misto di paura e di ottimismo, ma la fiducia che il proprio corpo sarebbe riuscito a sconfiggere la malattia aveva sempre la meglio sulla paura della morte.

Aspettava anche la madre di vedere il figlio rinascere. Ogni tanto però era costretta a scappare a Milano: nulla l’avrebbe mai staccata dal letto del figlio, se non fosse che, dopo tanti anni, era arrivata l’ora che le assegnassero una casa popolare, e alcune pratiche richiedevano la sua presenza. Nel frattempo, c’erano alcuni volontari della redazione a fargli visita, a turno, per tenergli compagnia. Alcune volte l’ho anche sorpreso portando a fargli visita qualche detenuto in misura alternativa, che Vincenzo accoglieva con l’allegria di chi incontra una persona in circostanze inimmaginabili. Poi sua madre tornava, e prendeva posto ai suoi piedi. Pochi giorni fa Vincenzo ha iniziato a sentirsi male di nuovo. I medici hanno cominciato a fare dei controlli, ma la morte l’ha colto di sorpresa, senza dargli nemmeno il tempo di arrabbiarsi, come si arrabbierebbe qualsiasi persona ancora forte se rischiasse una morte prematura. Ha colto di sorpresa anche la madre che ha chiesto di andargli di nuovo vicino per vederlo, per toccarlo e salutarlo, un’ultima volta.

Di fronte alla morte di una persona ancora giovane, il pensiero va alla madre che gli è sopravvissuta. Ma come si fa a capire il dolore che porta nel cuore la madre di Vincenzo? Impossibile calcolare le fatiche di una madre che viaggia per centinaia di chilometri per abbracciare il proprio figlio in una sala colloqui; inimmaginabile la rabbia verso un destino così crudele che dal carcere ha offerto quel figlio alla morte traghettandolo lungo i dolori della malattia; forse lei andrà avanti cercando forza nella fede, oppure sarà lo stoicismo di una vita di battaglie a farle superare anche questa prova, ma noi continuiamo a chiederci come mai è arrivato in ospedale così tardi.

Se si cercano notizie su questo linfoma, si legge ovunque che “negli ultimi anni il trattamento dei linfomi non Hodgkin ha fatto registrare enormi progressi, anche nei casi in cui il tumore si è diffuso dal sito primitivo, ed è in costante aumento il numero di malati che oggi possono guarire”. Può darsi che quello che ha aggredito Vincenzo sia stato un tumore più cattivo di altri, ma i tempi del carcere sono davvero incompatibili con i tempi della cura. Vincenzo ha avuto il destino di tanti detenuti malati: è stato “consegnato” agli specialisti quando ormai era troppo tardi.

La vera battaglia in carcere è quella per costringere tutti a fare più in fretta nella corsa contro la malattia, perché la malattia non si ferma ad aspettare i tempi della galera”.