DETENUTI “DEPORTATI” PER GABBARE L’EUROPA

DETENUTI “DEPORTATI” PER GABBARE L’EUROPA 6 giugno 2014

Fa inorridire il giudizio del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa sulla situazione carceraria italiana: «significativi risultati», quasi si possa stabilire una gradazione della tortura, dei trattamenti inumani e degradanti. Hanno accettato «il gioco dei tre metri» dei «tre cartari» italiani, in primis il presidente del Consiglio Matteo Renzi del quale abbiamo chiesto le dimissioni; tre metri quadri a disposizione di ogni detenuto, calcolati chissà come e ottenuti violando altri diritti umani come la deportazione di migliaia di reclusi in istituti lontani centinaia di chilometri dalla propria famiglia.

Per garantire, infatti, al detenuto tre metri quadri, il ministero della Giustizia ha provveduto a deportazioni di massa distribuendo qua e là i detenuti, così provocando sofferenze inimmaginabili a migliaia di detenuti che si trovano a centinaia di chilometri di distanza dalla propria famiglia. Parliamoci chiaro: in questi ultimi giorni i tre cartari del governo italiano hanno spostato dal carcere di Poggioreale ottocento detenuti che ora scrivono a noi disperati perché non possono più vedere i propri figli, o i propri genitori, o i propri coniugi. Molti li hanno mandati in Sardegna, il che significa che solo i detenuti ricchi – e non ce ne sono – possono permettersi il viaggio in aereo e il soggiorno con prole al seguito.

Secondo la Corte Costituzionale italiana devono obbligatoriamente cessare gli effetti normativi lesivi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: per questo avrebbero dovuto adoperarsi i poteri dello Stato. Sono cessate queste violazioni, per cui siamo stati condannati dalla Corte Europa dei Diritti dell’Uomo? Noi siamo convinti di no e lo abbiamo documentato con il dossier che abbiamo inviato proprio al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. Le condizioni inumane e degradanti o ci sono o non ci sono. La nostra Corte Costituzionale nel 2013 aveva detto che questa situazione deve cessare, non che deve diminuire, e le autorità pubbliche devono adoperarsi per questo. Dal nostro dossier – ma chiunque visiti le carceri anche in questi giorni potrebbe confermarlo – è evidente che per tutta una serie di ragioni questi trattamenti inumani non sono cessati. Basti pensare alle condizioni igieniche disastrose (in carcere sono presenti malattie infettive debellate all’esterno, come la tubercolosi o la scabbia), alla mancanza di cure anche per malati con patologie gravissime, allo stato di salute dei detenuti non curati in maniera adeguata in carcere (il 32% sono tossicodipendenti e il 25% sono malati psichiatrici, senza pensare ai malati gravissimi di tumore o di malattie cardiovascolari non curati adeguatamente); alle attività trattamentali di lavoro e studio praticamente inesistenti; alle sofferenze indicibili per i tossicodipendenti e per coloro che essendo troppo lontani non possono più vedere figli, coniugi o genitori: gli atti di autolesionismo, le morti e i suicidi sono l’indice di questo sconforto che spesso arriva alla disperazione.

C’è poi la questione della droga. Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto di Milano Nunzia Gatto, che coordina i magistrati dell’esecuzione penale, ha invocato lei stessa il provvedimento di amnistia e indulto richiesto dal presidente della Repubblica nel suo messaggio alle Camere, perché gli uffici giudiziari saranno letteralmente sommersi dalle richieste di revisione della pena inflitta quand’era in vigore la legge Fini-Giovanardi abrogata dalla Corte Costituzionale.

Il governo sta per varare un decreto legge «in materia di rimedi risarcitori in favore dei detenuti e degli internati che hanno subito un trattamento in violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali»: vedremo quale sarà il «prezzo della tortura» e della vergogna dell’Italia. Un conto è decidere di risarcire situazioni passate avendone rimosse le cause per tutti. Altro conto è dover continuare a risarcire coloro che ancora oggi vivono nelle condizioni descritte negli istituti penitenziari italiani.

Come Radicali proseguiamo la nostra lotta per l’amnistia e l’indulto subito, forti dell’attualissima sentenza Torreggiani della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e del messaggio del presidente Napolitano: ci vuol pure qualcuno che, come Marco Pannella, sappia scorgere e denunciare con forza i segni del degrado democratico che porta con sé i crimini che si credevano debellati già nel secolo scorso.

Fonte: Il Tempo