CARCERI: LA PENA FINO ALLA MORTE ORMAI È ALL’ORDINE DEL GIORNO

CARCERI: LA PENA FINO ALLA MORTE ORMAI È ALL’ORDINE DEL GIORNO 20 marzo 2013

Sono ormai innumerevoli le segnalazioni di casi disperati di detenuti che non vengono curati e, a quel che mi risulta, trattasi di fenomeno a cui il Ministero della Giustizia e il Servizio Sanitario Nazionale presente in tutti gli istituti penitenziari non riescono a far fronte. Oggi, in particolare, segnalo tre casi emblematici che non hanno trovato e non trovano risposta pur essendo stati segnalati da tempo all’Amministrazione penitenziaria.

La prima: nel famigerato carcere di Vicenza (vedi INTERPELLANZA URGENTE 2/01752 presentata nella scorsa legislatura), Carmine Multari si trova in condizioni così gravi che il suo avvocato Paolo Mele ha chiesto provocatoriamente di essere carcerato al suo posto. Il detenuto ha una seria forma di neoplasia alla lingua e da una settimana non riesce più a nutrirsi oltre a provare dolori lancinanti all’orecchio, alla testa, al collo. In un mese è dimagrito 12 chili.

La seconda vicenda riguarda un detenuto nel carcere di Paola, R.C. per il quale dall’inizio dell’anno è stato disposto il trasferimento in un centro diagnostico e terapeutico senza che nulla sia avvenuto. L’uomo, quasi cinquantenne, è stata operato al cuore nel luglio scorso ed è dimagrito di 40 chili. La madre settantunenne, malata e pensionata al minimo, non lo vede dal periodo dell’intervento chirurgico perché non è nelle condizioni di spostarsi da Roma a Paola (CS). Perché non lo si è ancora mandato nei centri clinici di Rebibbia o di Regina Coeli?

La terza è relativa ad un ragazzo detenuto a Rebibbia che ieri sera ha tentato il suicidio ed è stato salvato dai compagni di cella. S.F. è affetto da disturbo bipolare. Si trova a Rebibbia G11 e nella sua cella non molto tempo fa è morto di infarto un altro detenuto, Antonio S. La notizia mi è stata data dalla madre impaurita e disperata.

In Italia è stata abolita la pena di morte, ma in carcere è pienamente in vigore la “pena fino alla morte”, come i comunicati di Ristretti Orizzonti, sempre più oscurati, documentano ogni giorno. Da tempo mi chiedo cosa facciano i magistrati interessati, in particolare quelli di sorveglianza, di fronte ai trattamenti disumani e degradanti cui sono sottoposti i detenuti italiani.