CARCERE GAZZI DI MESSINA, TRATTAMENTI DISUMANI E DEGRADANTI. RIPRISTINARE SUBITO LA LEGALITA’ COSTITUZIONALE

14 aprile 2011

Interrogazione a risposta in Commissione 5-04582

presentata da
RITA BERNARDINI
martedì 12 aprile 2011, seduta n.462

BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. – Al Ministro della giustizia, al Ministro della salute. – Per sapere – premesso che:

il 3 aprile 2011 la prima firmataria del presente atto è tornata a visitare la casa circondariale di Messina, accompagnata dagli esponenti radicali di Messina e Catania, Palmira Mancuso e Gianmarco Ciccarelli;

la precedente visita si era svolta il 17 luglio 2010 e aveva dato luogo al deposito dell’atto di sindacato ispettivo n. 4-08158 presentato in data 26 luglio 2010 (con solleciti in data 12 ottobre 2010, 1o dicembre 2010, 12 gennaio 2011, 3 febbraio 2011, 3 marzo 2011), a tutt’oggi rimasto senza risposta;

la delegazione è stata ricevuta e accompagnata nel corso della visita dall’ispettore Abate (polizia penitenziaria);

l’istituto è gravemente sovraffollato; i ristretti presenti al momento della visita, secondo quanto riferito, sono circa 350, a cui vanno aggiunti i semiliberi; alla delegazione non è stato fornito con precisione nemmeno questa volta, cosi come in occasione della visita ispettiva del 17 luglio 2010, il dato relativo alla capienza regolamentare; secondo quanto riferito, comunque, la capienza dell’istituto sarebbe di circa 160 posti; è dunque da ritenersi abnorme e del tutto privo di attendibilità il dato presente in una statistica pubblicata sul sito del Ministero della giustizia («Detenuti presenti e capienza regolamentare degli istituti – situazione al 31 dicembre 2010») che indica per la casa circondariale di Messina una capienza regolamentare di 323 posti: tale dato, evidentemente, non tiene conto del fatto che il reparto «Media Sicurezza», che ospitava circa 200 detenuti, è chiuso dal gennaio 2010;

l’organico di polizia penitenziaria effettivamente in servizio si conferma fortemente carente; secondo quanto riferito dall’ispettore Abate «gli agenti sono in affanno, e il trend va a peggiorare: i posti lasciati vacanti dai colleghi che sono andati in pensione non sono stati ricoperti da altri agenti»;

l’istituto non è attrezzato con l’area verde per i colloqui dei detenuti con i familiari minorenni; il reparto cosiddetto «sosta» si compone di 5 celle in cui sono ristretti complessivamente 32 detenuti; le condizioni strutturali e igieniche permangono pessime; le celle sono buie, sporche e fortemente sovraffollate; le finestre delle celle presentano reti a maglia stretta, per cui l’illuminazione e la circolazione dell’aria sono sensibilmente ridotte; il tetto e i muri sono scrostati a causa della muffa e dell’umidità; all’interno delle celle non è presente la doccia; l’utilizzo della doccia comune è consentito tre volte alla settimana; l’acqua è fredda anche in inverno; si segnala un miglioramento nella frequenza del cambio delle lenzuola (una volta ogni 10 giorni); in questo reparto non si svolge alcuna attività: i detenuti trascorrono in cella 21 ore al giorno, potendo recarsi al passeggio soltanto per un’ora e mezza al mattino e per un’ora e mezza al pomeriggio; «qui il barbiere non viene», affermano i detenuti, «e oggi che è domenica non hanno fatto nemmeno la messa»;

la cella n. 5 misura 13,20 metri quadrati e ospita 8 detenuti; sono presenti 2 letti a castello da 4 piani, senza scale («siamo costretti ad arrampicarci come scimmie», affermano i detenuti presenti); il wc è a vista; gli sgabelli sono rotti; non sono presenti armadietti (le cosiddette «bilancette»); nessuno dei detenuti lavora; i detenuti lamentano la presenza di insetti e zanzare («qui alla sosta l’ambiente è malsano»); lamentano inoltre l’assenza di una lavanderia: «abbiamo solo un piccolo lavandino per fare tutto: per lavare i panni, per lavare i piatti e per l’igiene personale»; nella cella n. 4 sono stipati 8 detenuti in 11,70 metri quadrati; lo spazio per ciascun detenuto è inferiore a 1,5 metri quadri; sono presenti 2 letti a castello da 4 piani; il wc è a vista; i detenuti lamentano l’assenza di acqua calda; inoltre lamentano l’assenza di educatori e di assistenza sanitaria: un detenuto di 31 anni riferisce di aver avuto un calo di pressione senza aver ricevuto alcuna assistenza («ho chiamato, ma non è venuto nessuno»); i detenuti sottolineano il disagio dei familiari che per poter effettuare il colloquio «devono mettersi in fila alle 4 del mattino»;

la cella n. 3 ospita 10 detenuti in 23,40 metri quadrati; i detenuti riferiscono di essere stati anche in 14 all’interno di questa cella; il piccolo bagno, che in questa cella è in un vano separato, si presenta in condizioni pessime («il tetto sta cadendo a pezzi», sottolinea un detenuto); i detenuti lamentano il fatto di dover riporre i propri vestiti sotto i letti per carenza di spazio;

un detenuto riferisce di essere stato ammanettato per 11 ore durante il trasferimento, con furgone e vettore aereo, dalla Lombardia al carcere di Messina;

Filippo Santoro afferma di aver ricevuto, da incensurato, una condanna a 8 mesi di reclusione e di trovarsi in questa cella da 10 giorni;

un altro detenuto lamenta il fatto di dover dormire al 4° piano del letto, nonostante sia stato operato alla gamba («c’ho un ferro nella gamba, salire e scendere è un problema»);

Salvatore Cambria, nato a Messina il 30 ottobre 1950, affetto da diabete insulino-dipendente, lamenta l’assenza di adeguata assistenza sanitaria: «quando devo fare l’insulina a volte mi fanno attendere anche 45 minuti, io grido e mi sgolo, il 29 marzo scorso sono arrivato con la glicemia a 340»; Cambria riferisce di non essere sottoposto ad un particolare regime alimentare: «la dieta diabetica non l’ho vista neanche un giorno!»; lamenta ritardi nella consegna dell’acqua (che i detenuti sono costretti ad acquistare, visto che l’acqua corrente non è potabile); sottolinea che non è possibile acquistare più di due confezioni da sei bottiglie alla settimana e che la sua patologia ne richiederebbe, al contrario, quantità superiori («io sono diabetico, ho bisogno di molta acqua, ma più di 12 bottiglie a settimana non mi fanno acquistare, nemmeno con i miei soldi!»); lamenta, inoltre, il fatto che al suo arrivo non gli sia stato fornito il kit con spazzolino da denti, dentifricio e saponetta;

i prezzi del cosiddetto sopravitto, a detta dei detenuti, sono superiori ai prezzi di mercato (ad esempio, secondo quanto riferiscono, una confezione di piatti fondi di plastica da 800 grammi costa euro 3,30); a causa dell’assenza di un servizio di lavanderia, spesso sono i familiari a portare in occasione dei colloqui la biancheria pulita per i detenuti, con gravi conseguenti disagi per coloro che non hanno i familiari vicini;

Domenico Aliquò, con una condanna definitiva (con fine pena nel 2013), dice di non sopportare le condizioni di detenzione a cui è sottoposto in questo reparto: «se mi lasciano 3 anni qui alla sosta, io mi posso impiccare»;

un altro detenuto si chiede: «che riabilitazione abbiamo qua? È giusto che chi ha sbagliato deve pagare, ma non è giusto essere trattati come bestie»;

nella cella n. 2 sono presenti 3 detenuti in 10 metri quadrati; l’unica apertura è costituita da una mezza finestra che non si può chiudere e ha il vetro rotto («l’altro giorno ha piovuto ed è entrata acqua» riferisce un detenuto); questa cella è particolarmente umida e sono presenti scarafaggi e altri insetti;

un detenuto di 27 anni di nome Salvatore Currò, ristretto in questa cella da quasi un mese, vorrebbe essere trasferito a Palermo dove vive la famiglia (in particolare la madre); Currò è sottoposto a terapia metadonica a scalare, dice di stare molto male e di non ricevere alcun aiuto psicologico; i detenuti raccontano che, dopo le ore 23.00, se un detenuto sta male e devono fargli una puntura, la fanno attraverso le sbarre, senza aprire la porta della cella («ci dicono che non hanno le chiavi, è capitato diverse volte a Salvatore Currò, per esempio»);

la cella n. 1 ospita 3 detenuti in 10 metri quadrati; anche qui c’è soltanto mezza finestra; le condizioni dei detenuti ristretti in questa cella destano grande preoccupazione;

un detenuto palestinese di 36 anni afferma: «sto male, sono stanco, voglio stare sempre a letto, mangio poco e tremo», e aggiunge: «sono stato per 4 mesi al centro clinico (che si trova all’interno dello stesso carcere) ma non mi hanno fatto nessun esame»;

un detenuto marocchino dice di non mangiare e di non dormire da 6 giorni;

Antonino Bonasera, nato a Messina il 13 marzo 1981, dice di non mangiare da 9 giorni; «sto malissimo, non ci sono più con la testa, se ingerisco del cibo lo vomito subito, vorrei curarmi»;

Bonasera riferisce di avere avuto negli ultimi giorni un considerevole calo ponderale; afferma inoltre di essere affetto da epatite C cronica e di avere un enfisema polmonare («e ancora sto aspettando lo pneumologo da 2 settimane», dice), e aggiunge: «ho anche un’ernia al disco, dovevano farmi una TAC il 25 febbraio ma alla fine non mi ci hanno portato perché non c’erano gli agenti per la scorta». Mostra un dito gonfio e dice: «ho il dito rotto da 15 giorni perché ho dato un pugno al muro in seguito ad una crisi, e non ho ricevuto nessuna cura: le guardie per fare venire un dottore qui devono litigare»; e conclude: «aiutatemi perché sto malissimo, vorrei andare in un centro clinico a Pisa o a Parma, in un posto dove mi curano, non qui!»;

alcuni detenuti affermano che i topi avvistati nel passeggio sono di grosse dimensioni («sono dei miniconigli: se entrano ce li arrostiamo», scherzano amaramente); inoltre lamentano l’assenza di un bagno nel cortile-passeggio e il fatto che se durante l’ora d’aria un detenuto deve andare in bagno è costretto a rientrare nel reparto, senza che poi gli sia permesso di ritornare all’aria;

il passeggio è uno spazio privo di qualsiasi cosa che i detenuti del reparto «sosta» condividono con quelli del reparto «medicina» del CDT (centro diagnostico terapeutico); non c’è nemmeno una tettoia, per cui i detenuti si bagnano quando piove e non possono ripararsi dal sole quando fa caldo; sono presenti soltanto una fontanella degradata piena di muschio («lippo») e un tavolo da ping pong rotto e senza racchette e palline;

il CDT (centro diagnostico terapeutico) del carcere di Messina si sviluppa su due piani: reparto «medicina» ubicato al primo piano e reparto «chirurgia» al secondo piano; secondo quanto riferito, nel reparto chirurgia è presente una moderna sala operatoria che però non è attiva;

la delegazione visita le celle e incontra le persone ristrette nel reparto «medicina»: si tratta di detenuti e internati affetti da patologie, insieme con detenuti che si trovano in questo reparto semplicemente perché non vi è spazio altrove, a causa del sovraffollamento; il degrado strutturale e le pessime condizioni igieniche, unitamente all’assenza di cure, e alla compresenza di ristretti affetti da patologie e detenuti non affetti da alcuna patologia, fanno ritenere all’interrogante del tutto impropria la qualifica di «centro clinico» attribuita a questo reparto;

le celle non sono provviste di doccia;

la cella n. 1 non ospita detenuti perché inagibile;

nella cella n. 2 sono presenti 2 detenuti che beneficiano del regime di cui all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario;

nella cella n. 12 sono ospitati 5 detenuti che dicono «noi non siamo ricoverati, stiamo in questo reparto perché non ci sono altri posti»;

nella cella n. 3 sono ospitati 2 detenuti;

nella cella n. 5, che misura 10,35 metri-quadrati, sono presenti 4 detenuti (con un spazio, dunque, inferiore ai 3 metri quadrati per detenuto);

fra questi, Cosimo Berlingeri, nato a Catanzaro il 29 marzo 1972, in dialisi da 3 anni; Berlingeri, detenuto in forza di una condanna definitiva, è stato arrestato nel mese di ottobre e, dopo una breve permanenza nel carcere di Siano (Catanzaro), dal mese di novembre si trova nel carcere di Messina; Berlingeri vorrebbe tornare a scontare la sua pena nel carcere di Siano (Catanzaro) per stare vicino alla moglie, che non ha la patente di guida, e ai tre figli minorenni (di 13 anni, 3 anni, 3 mesi); Berlingeri, che dice di essere in lista d’attesa per un trapianto a Reggio Calabria, ritiene che la sua permanenza al CDT del carcere di Messina non risponda ad alcuna logica: «qui dentro non mi curano, e per fare la dialisi mi portano all’ospedale “Papardo” di Messina; prima mi hanno portato al Policlinico di Messina, che è di fronte al carcere, ma adesso mi portano al Papardo che si trova dall’altro lato della città; anche quando ero al carcere di Siano (Catanzaro) mi portavano a fare dialisi in una struttura esterna, ma almeno ero vicino alla mia famiglia; allora, che senso ha tenermi in questo carcere?»;

la cella n. 6 ospita 6 persone; sono presenti due letti ospedalieri; tutti dichiarano di essere affetti da patologie e sottolineano di non ricevere adeguata assistenza sanitaria o, addirittura, di non ricevere alcuna cura («qui non ci curano, al massimo ci danno i farmaci cinesi»);

Cosimo Lo Nigro, nato a Palermo il 2 maggio 1975, ci mostra quel che resta del suo piede in seguito ad un incidente stradale e alla osteomielite, conseguenza di infezione ospedaliera postoperatoria contratta in un ospedale di Palermo, secondo quanto riferito dallo stesso; «il perito del tribunale ha scritto che la mia condizione non è compatibile con la detenzione in carcere, e cosi dall’Ucciardone mi hanno portato qua», racconta; e aggiunge: «sono passato dal fuoco alla brace, qui non mi curano, non mi danno nemmeno un antibiotico; sono qui da 3 mesi, ma stare qui è la mia rovina totale»; e infine: «vi chiedo di aiutarmi, vorrei soltanto essere curato»;

Antonio Scimone, nato il 2 maggio 1941, dice di soffrire di tachicardia parossistica sopraventricolare; dopo molti anni di detenzione domiciliare, si trova ristretto in questo reparto perché, a suo dire, una perizia medica disposta dal tribunale avrebbe stabilito la sua incompatibilità con la detenzione domiciliare; «ma qui non ricevo alcuna cura, stare qui non ha senso», afferma;

Rocco Cento Domenico, nato il 18 ottobre 1953 a Polistena (Reggio Calabria), dice di avere una ciste al rene e due anelli della schiena schiacciati; il giudice, a suo dire, avrebbe disposto il ricovero in una struttura pubblica della città di Catanzaro, con piantonamento: «e invece mi hanno mandato qua, ma io qua che ci sto a fare?»;

nella cella n. 7 sono presenti 4 detenuti;

Domenico Pacilio, nato a Grumo Nevano (Napoli), è un detenuto non autosufficiente; il suo caso ci era stato segnalato subito, all’inizio della visita ispettiva, dai detenuti del reparto «sosta», preoccupati per le sue condizioni; Pacilio non vede la famiglia da molti mesi e afferma di aver intrapreso anche un lungo sciopero della fame e della sete; Pacilio racconta così la sua vicenda: «sono entrato nel carcere di Bellizzi Irpino (Avellino) il 9 agosto 2010 in forza di una condanna definitiva per calunnia; ero già stato condannato per truffa ed esercizio abusivo della professione, visto che esercitavo la professione legale dopo la laurea in giurisprudenza, ma senza aver conseguito il titolo di avvocato; in carcere sono caduto dalle scale e ho avuto un infarto; sono stato trasferito nel carcere di Secondigliano (Napoli) e il 31 dicembre sono stato portato all’ospedale Cardarelli, dove mi è stato diagnosticato un ictus; io non potevo più muovermi; sono stato ricondotto in cella a Secondigliano: lì nessuno mi assisteva, non ho ricevuto alcuna cura; in carcere ho tentato il suicidio, e mi sono fratturato il collo; il 25 marzo senza alcun preavviso mi hanno trasferito a Messina»; Pacilio non ha un piantone e non ha una carrozzina per muoversi all’interno della cella, sebbene le sue condizioni fisiche non gli permettano di muoversi autonomamente; «per andare in bagno striscio per terra», racconta piangendo; secondo quanto riferito dagli agenti, a Pacilio non è stata data una carrozzina a causa delle limitate dimensioni della porta di ingresso della cella;

nella cella n. 11 sono presenti 6 detenuti;

la cella n. 10 è dotata di scivolo all’ingresso e bagno attrezzato per disabili: è chiusa perché inagibile per infiltrazioni d’acqua;

nella cella n. 8 sono ristrette 5 persone;

Giovanni Di Sarno è un internato napoletano proveniente dalla casa di lavoro di Favignana (Trapani); «sono 15 giorni che sto qua e ancora il medico non mi ha visitato», dice; Di Sarno è molto preoccupato per l’anziana madre con cui non riesce a mettersi in contatto: «ho presentato domanda per poter telefonare a casa, allegando la bolletta dell’utenza telefonica di mia madre, ma mi hanno detto che è necessario lo stato di famiglia»; Di Sarno vorrebbe essere trasferito nella casa di lavoro di Sulmona (L’Aquila) per essere vicino alla famiglia, di cui non ha più notizie; Un altro detenuto della cella n. 8 lamenta la scarsa qualità del cibo: «in questo reparto non possiamo cucinarci perché non abbiamo il fornellino, il cibo che ci portano è immangiabile»;

Sebastiano Zappalà, nato a Catania il 16 novembre 1987, talassemico, è qui da circa 7 mesi; ogni 15-20 giorni viene accompagnato in ospedale a Catania per fare la trasfusione di sangue; «Io sono di Catania e la mia famiglia vive a Catania: che senso ha tenermi in questo centro clinico se poi le trasfusioni me le fanno fare a Catania?», si chiede; e racconta che la traduzione da Messina a Catania e viceversa avviene con una ambulanza blindata sprovvista di qualsiasi apparecchiatura e dotazione di base per il soccorso medico; questa «ambulanza», in cui salgono tre agenti (oltre all’autista), viene abitualmente scortata da una vettura della polizia penitenziaria; ogni traduzione comporta, dunque, un notevole dispiego di personale di polizia penitenziaria;

i ristretti della cella n. 8 lamentano l’assistenza sanitaria «inesistente» e confermano che a volte i medici effettuano le punture attraverso le sbarre, senza entrare nella cella;

nella cella n. 9 sono ristretti 2 detenuti e 2 internati;

Vincenzo Tuccillo, nato il 10 novembre 1963, internato, ha la famiglia a Napoli e ha fatto domanda per il trasferimento nella casa di lavoro di Sulmona; lamenta il fatto di essere frequentemente trasferito dalla casa di lavoro di Favignana al centro clinico di Messina, e viceversa: «pare la sporta do tarallaro» dice, per sottolineare i suoi continui spostamenti;

Giuseppe Sciurello denuncia: «ho avuto un infarto, mi hanno portato in ospedale dopo un’ora e mezza; in questo reparto le guardie vengono ma i dottori non li vedi»;

incontriamo Antonino Caruso, detenuto con problemi al pancreas, che la delegazione aveva incontrato anche nella precedente visita del 17 luglio e che in quell’occasione, fra le altre cose, segnalò la presenza di una serpe in cortile; «Quella serpe c’è ancora, ormai ci siamo affezionati», scherza Caruso;

la doccia comune del reparto «medicina» del centro clinico è dotata di 4 vani doccia, di cui 3 sono rotti e solo 1 funzionante; anche la doccia, cosi come tutto il reparto, è un ambiente fortemente degradato (muri e tetti scrostati, muffa eccetera);
l’infermeria non è dotata di defibrillatore;

uscendo dal reparto, sentiamo le grida delle persone ristrette: «aiutateci! qui ci stanno ammazzando!»;

il «centro diagnostico terapeutico», così come «la sosta», ad avviso dell’interrogante, sono reparti dove vengono costantemente violati diritti umani fondamentali; per questo motivo, la presente interrogazione sarà mandata «per conoscenza» alla procura della Repubblica di Messina, al magistrato di sorveglianza e alla ASL di appartenenza -:

se siano a conoscenza di quanto descritto minuziosamente in premessa;

se abbiano intenzione di verificare le condizioni dell’istituto penitenziario di Gazzi a Messina;

quali provvedimenti urgenti intendano prendere per ricondurre alla legalità costituzionale e normativa il carcere Gazzi di Messina;

se il Ministero della giustizia, nel rendere pubblici i dati riguardanti la capienza regolamentare degli istituti, tenga conto dei reparti chiusi per inagibilità. (5-04582)