AL CONGRESSO DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI: SI PARLA DI DISOBBEDIENZA CIVILE SULLA CANNABIS TERAPEUTICA

7 ottobre 2012

Oggi sono intervenuta al Congresso dell’Associazione Luca Coscioni e ho parlato della disobbedienza civile sulla cannabis terapeutica con la coltivazione in corso di 7 piante. Ho annunciato della mia intenzione di denunciare per omissione di atti d’ufficio chi – essendone titolato – non procede nei miei confronti come fa quotidianamente mandando in galera chi coltiva la marijuana per uso personale.

Subito dopo di me è intervenuto il GIUDICE GUIDO SALVINI (che non sapevo fosse presente in sala) che ha detto: “Comunico innanzitutto che non sarà né arrestata né denunciata. Sono assolutamente d’accordo con le proposte di Rita Bernardini, ritengo che faccia bene a continuare quest’opera di provocazioni in senso buono, coltivando le sue piantine e devo dire che io ho avuto occasione un paio di volte di emettere a Milano delle sentenze di assoluzione per la cosiddetta “coltivazione domestica”, perché io ritengo che anche nella formulazione attuale della norma ci siano spazi, per il Giudice che vuole e che vuole capire, di assolvere. La sentenza è a disposizione credo di Marco Cappato, che ne ha una copia e può essere utilizzata per orientarsi nel caso che invece qualcuno o la denunci o le metta le manette. La saluto e molti complimenti”.

Su una delle sue sentenze, all’epoca, avevo presentato un’interrogazione rimasta senza risposta, la riporto di seguito:

“BERNARDINI, BELTRANDI, FARINA COSCIONI, MECACCI, MAURIZIO TURCO e ZAMPARUTTI. – Al Ministro della giustizia. – Per sapere – premesso che:

in materia di coltivazione domestica di marijuana, il giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale di Milano, dottor Guido Salvini, ha emesso la seguente sentenza: «Tribunale di Milano, 13 ottobre 2009, il Giudice per l’udienza preliminare, dottor Guido Salvini, ha pronunziato la seguente sentenza nel procedimento penale nei confronti di: D. S. imputato del reato di cui all’articolo 73, comma 1, decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 perché, senza l’autorizzazione del Ministero della sanità, illegittimamente coltivava nel giardino della società D. Srl, alle cui dipendenze prestava la propria attività lavorativa, n. 7 piantine di marijuana, sostanza stupefacente di cui alla I tabella allegata. Con richiesta in data 12 maggio 2009 il Pubblico Ministero ha chiesto il rinvio a giudizio di D. S. per rispondere del reato di cui all’articolo 73, comma 1, decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 per aver coltivato, nel giardino della società D. Srl per la quale svolgeva attività lavorativa, 7 piantine di marijuana. L’intervento che ha portato alla scoperta e al sequestro delle 7 piantine è relazionato nella comunicazione di notizia di reato dei Carabinieri di Vaprio d’Adda in data 18 giugno 2007. Nel giardino della società gli operanti infatti rinvenivano 7 vasi in cui erano state messe a dimora altrettante piantine di marijuana che avevano raggiunto l’altezza media di 50/60 centimetri. I vasi risultavano subito essere stati collocati da S. D. il quale ammetteva di aver piantato le piantine senza informare il cugino W. D., titolare della società che si trattasse di marijuana. Quest’ultimo veniva infatti sentito e confermava che le piantine erano state portate circa un mese prima dal cugino Silvio il quale gli aveva detto che si trattava di menta piperita ed egli ci aveva creduto non essendo pratico di giardinaggio. Non aveva mai notato che il cugino curasse in modo particolare le piante anche se, avendo le chiavi dell’azienda, l’imputato ben avrebbe potuto andare ad innaffiarle e curarle di nascosto. Gli accertamenti effettuati dalla Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale Carabinieri di Milano e depositata in data 22 giugno 2007 confermavano che quanto sequestrato erano due piante maschili e cinque piante femminili di Cannabis sativa che avevano raggiunto l’altezza di circa 60 centimetri. Separate da ciascun fusto le foglie e le infiorescenze queste risultavano del peso netto complessivo di circa 34 grammi per le piante maschili e di circa 99 grammi per le piante femminili con la presenza di principio attivo puro rispettivamente di 0,154 grammi e 1,10 grammi. Sulla base di tali elementi deve essenzialmente valutarsi se l’attività contestata a D. rientri all’interno delle condotte sanzionate dall’articolo 73, comma 1, decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990. È noto che, dopo contrastanti sentenze dei giudici di merito, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza in data 10 luglio 2008 ha stabilito che la condotta di «coltivazione» non è mai sottratta al rilievo penale in quanto l’articolo 75, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 ricomprende nella figura dell’illecito amministrativo solo le condotte di importazione, acquisto e detenzione e non le altre condotte indicate dall’articolo 73 e cioè tra le altre la produzione, la fabbricazione, la raffinazione, la messa in vendita ed anche la «coltivazione» delle sostanze stupefacenti. Nella medesima sentenza la Suprema Corte, andando di contrario avviso rispetto a varie sentenze di merito, ha anche statuito che sarebbe arbitrario distinguere, ai fini di ricomprendere talune condotte minori nell’area dell’articolo 75, tra coltivazione tecnico-agricola e coltivazione domestica che potrebbe secondo alcuni rientrare nel genus della semplice detenzione. La coltivazione domestica infatti non avrebbe alcuna autonoma rilevanza giuridica in quanto ogni tipo di coltivazione avrebbe comunque l’effetto di accrescere la quantità di sostanza stupefacente presente in natura e la dizione «coltivazione» dovrebbe essere quindi intesa nel senso più ampio e senza eccezioni. L’assimilazione tout court della coltivazione industriale o semi-industriale della coltivazione della marijuana alla coltivazione «domestica» effettuata dalla Suprema Corte è assai discutibile sul piano ermeneutico. Infatti ogni espressione usata in un articolo di legge, soprattutto se di carattere non giuridico ma naturalistico, dovrebbe infatti essere interpretata alla luce dell’intera normativa di riferimento. Ed allora è utile ricordare ciò cui si riferiscono gli articoli 26 e seguenti dello stesso decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 che contengono la disciplina amministrativa che regola le procedure di rilascio dell’autorizzazione ministeriale per la «coltivazione» (e la produzione) lecita, ad esempio a fini di studio, di piante contenenti principi attivi di sostanze stupefacenti. L’espressione «coltivazione» presente in tali articoli evoca chiaramente un’attività tecnico-agraria o imprenditoriale poiché si parla, ai fini dell’autorizzazione, di superficie di terreni, particelle catastali, locali destinati all’ammasso e si prevede che la coltivazione e la raccolta possano essere controllate periodicamente dalla Guardia di Finanza e dal personale del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste anche in relazione alla ubicazione ed estensione del terreno coltivato e alla natura e alla durata del ciclo agrario. Ciò può solo significare che la legge, quando parla di «coltivazione», ha per oggetto di riferimento un’attività in larga scala o quantomeno apprezzabile, destinata ex se all’utilizzo e alla circolazione presso terzi e non si riferisce invece a modesti quantitativi di piante messe a dimora in modo rudimentale in vasi e terrazzi. Se tale significato dell’espressione vale per gli articoli 26 e seguenti non può non valere anche per l’articolo 73, primo comma, che determina le sanzioni penali mentre la crescita domestica di alcune piante in vasi esce dal concetto di «coltivazione» risolvendosi, in assenza di circostanze di segno opposto, in una forma di detenzione senza acquisto da parte dell’agente che si procura da sé ed anche ripetutamente la sostanza. Del resto parlare in casi simili di accrescimento comunque della sostanza stupefacente presente in natura è abbastanza singolare su un piano di fatto solo se si rapportano gli artigianali tentativi in spazi e luoghi perlopiù non adatti alle effettive «piantagioni» che esistono in varie parti del mondo e forse anche in Italia, queste si tali da accrescere e moltiplicare sul piano naturalistico l’esistenza e la diffusione di una specie vegetale. In sostanza «coltivare» non significa allestire vasi e vasetti ma governare un ciclo di preparazione del terreno, semina, sviluppo delle piante e raccolta del prodotto. Senza forzare tuttavia il significato attribuito all’espressione «coltivazione» dalla recente sentenza della Suprema Corte, un risultato interpretativo non contrastante con la ratio e la funzione complessiva del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 può essere agevolmente raggiunto utilizzando il criterio della «offensività» di una condotta richiamato, tra le altre, dalla sentenza n. 360 del 24 luglio 1995 della Corte Costituzionale proprio in materia di coltivazione di piantine di stupefacenti.

Sotto tale profilo è irrilevante sul piano penale ogni condotta concretamente inidonea a ledere il bene protetto dalla norma, in questo caso il bene della salute di terzi. Nel quadro delineato dal decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 infatti il bene protetto sul piano penale, non considerando il piano amministrativo, è certamente quello di evitare che le sostanze stupefacenti siano cedute a terzi e fatte circolare accrescendone così la diffusione. Bisogna quindi esaminare se la condotta di cui si è reso responsabile D., in base ai dati di fatto che emergono dagli atti, possa essere giudicata lesiva del bene che si intende proteggere o al contrario sia circoscrivibile all’interno di una detenzione ed uso personale sia pure con le modalità dell’auto-produzione comunque con una nulla o minima offensività del bene tutelato. Nel caso in esame non vi sono elementi che indichino, quantomeno in modo significativo, una destinazione della marijuana a terzi. Il numero di piantine era esiguo, il luogo ove si trovavano certo non indicativo di una attività di spaccio, non è nemmeno sicuro che le piantine (la Cannabis sativa può giungere sino a tre metri di altezza, come conferma la relazione della Sezione Investigazioni Scientifiche Carabinieri citata), avessero completato il loro ciclo di maturazione. Il principio attivo presente nelle infiorescenze raccolte dai Carabinieri era di non molto superiore ai limiti massimi indicati nelle Tabelle ministeriali previste dall’articolo 73, comma 1-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 e non è nemmeno certo che tutto il principio attivo contenuto nelle foglie e nelle infiorescenze fosse davvero recuperabile dall’imputato che disponeva certamente solo di tecniche rudimentali di «raccolta». Inoltre dagli atti, oltre al sequestro delle piantine, non emerge alcun altro elemento indiziario che indirizzi verso una volontà da parte di D. di cedere a terzi la sostanza raccoglibile e non è nemmeno irrilevante il fatto che egli sia del tutto privo di precedenti specifici e disponga di una regolare occupazione. In conclusione non vi è prova certa né suscettibile di sviluppi che la condotta ascritta a D. sia contrassegnata da una concreta offensività penale. Di conseguenza, in sintonia peraltro con altre pronunzie di questa sezione in casi analoghi deve essere emessa nei suoi confronti già in questa sede ex articolo 425, comma 3, del codice di procedura penale, sentenza non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato. Fermo restando, ad evitare equivoci, che la condotta lui ascritta non è né neutra né lecita ma comunque sottoposta alle sanzioni amministrative, anche serie, di cui all’articolo 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990. P.Q.M. Visto l’articolo 425, comma 3, del codice di procedura penale, dichiara non doversi procedere nei confronti di D. S. in ordine al reato lui ascritto perché il fatto non costituisce reato, visto l’articolo 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 dispone la trasmissione di copia della presente sentenza e degli atti al Prefetto di Milano per l’applicazione delle sanzioni amministrative di sua competenza. Ordina la confisca e la distruzione di quanto ancora eventualmente in sequestro (motivazione depositata nel termine di 60 giorni indicato nel dispositivo). Milano, 13 ottobre 2009. Il Giudice Guido Salvini»;

nel nostro ordinamento giuridico, nonostante la rilevanza penale del consumo personale di sostanze stupefacenti sia stato abrogato con il referendum del 1993, la condotta di coltivazione non autorizzata di piante da stupefacenti continua a costituire, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, sempre e comunque un illecito penale (previsto dall’articolo 26 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309), con esclusione di qualsivoglia spazio per un intervento punitivo solo in via amministrativa ex articolo 75 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, e ciò pur in presenza di coltivazioni di modestissima dimensione, rispetto alle quali sarebbe inconcepibile una destinazione al mercato del ricavato;

anche dopo l’incisivo intervento di riforma della disciplina sanzionatoria delle sostanze stupefacenti realizzato nel 2006 con il decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49, il legislatore ha finito con l’aderire a quella opinione giurisprudenziale senz’altro prevalente, fatta propria anche dalla Corte costituzionale (sentenza 24 luglio 1995, n. 360), secondo cui la condotta di coltivazione, in quanto potenzialmente in grado di aumentare il quantitativo di droga circolante, sarebbe intrinsecamente più grave rispetto a quella di mera detenzione, così da meritare un trattamento punitivo diverso e più severo; ne deriva che tale condotta continuerebbe ad essere vietata e sanzionata penalmente anche qualora la finalità dell’agente sia di destinare il prodotto della coltivazione a mero consumo personale;

il divieto generale ed assoluto di coltivare le piante comprese nella tabella I di cui all’articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990 (fra le quali è annoverata la cannabis indica) appare, ad avviso degli interroganti, davvero eccessivo, perlomeno rispetto a quelle condotte di coltivazione rudimentale e domestica di poche piantine, destinate cioè a consentire il ricavo di modestissimi quantitativi di principio attivo, giacché in casi del genere il rischio di destinazione a terzi della sostanza stupefacente è pressoché nullo e parimenti nullo è il rischio per la salute individuale del coltivatore-assuntore;

in data 24 luglio 2009 la prima firmataria del presente atto ha depositato il progetto di legge n. 2641 rubricato «Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, in materia di depenalizzazione della coltivazione domestica di piante dalle quali possono essere estratte sostanze stupefacenti o psicotrope»;

la citata proposta di legge intende modificare innanzitutto gli articoli 26 e 28 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti, così da cogliere, come opportunamente evidenziato nel provvedimento adottato dal giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Milano, dottor Guido Salvini, la reale diversità di situazione che caratterizza la coltivazione in senso tecnico da attività solo naturalisticamente rientranti in tale nozione, rispetto alle quali è preferibile non operi il divieto di coltivazione in assenza di autorizzazione;

l’altra importante modifica della citata proposta di legge consiste nel richiamare espressamente la condotta di coltivazione sia nell’articolo 73, comma 1-bis, che nell’articolo 75 del Testo unico citato, in modo da attribuire alla stessa, qualora emerga che il ricavato della coltivazione sia destinato ad un uso esclusivamente personale, una rilevanza meramente amministrativa;

è opinione della prima firmataria del presente atto che solo estendendo gli effetti del referendum abrogativo del 1993 anche a tutte quelle attività di coltivazione cosiddetta «domestica» delle piante da stupefacenti, è possibile evitare le irragionevoli conseguenze che discendono dall’applicazione della disciplina di rigore attualmente vigente che, da un lato, impone di sanzionare penalmente il modesto coltivatore di qualche piantina di canapa indiana mentre, dall’altro, punisce solo in via amministrativa le condotte di detenzione per uso personale di sostanza stupefacente, anche in quantitativi di significativa consistenza;

appare agli interroganti oltremodo penalizzante e discriminatorio il Testo unico sugli stupefacenti così come interpretato da un certo orientamento giurisprudenziale, nella parte in cui prevede la rilevanza sempre e comunque penale della condotta di coltivazione di cannabis, anche a fronte di detenzione di quantitativi minimi di principio attivo -:

se non ritengano di dover fornire dettagliati elementi in ordine agli arresti e alle denunce per coltivazione illegale di sostanze stupefacenti (marijuana) avvenuti in seguito alla entrata in vigore della legge n. 49 del 2006 e, in particolare, con riferimento a: a) i casi in cui la quantità di principio attivo contenuta nelle piante di cannabis sequestrate era superiore a 500 milligrammi ed inferiori ad 1 grammo; b) i casi in cui la detenzione delle piante di cannabis derivava da attività di coltivazione finalizzata allo spaccio; c) i casi in cui l’attività di coltivazione della sostanza stupefacente era destinata al consumo meramente personale del coltivatore; d) se ed in che misura, dopo l’entrata in vigore della legge n. 49 del 2006, gli arresti e le denunce per coltivazione non autorizzata di sostanze stupefacenti siano aumentati rispetto al passato;

se, anche alla luce di sentenze quali quelle riportate in premessa, non reputino di intervenire, attraverso iniziative normative, affinché il consumo personale di marijuana, sebbene ricavata da attività di coltivazione cosiddetta «domestica», venga depenalizzato e punito solo in via amministrativa.

(4-08782)”